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27 dicembre 2017

LEGGE BILANCIO 2018: LE NOVITÀ PER I TRIBUTI LOCALI

Sabato 23 dicembre è stata posta la fiducia definitiva al Senato alla legge di Bilancio, legge che ha fatto discutere le camere per giorni e che ha trovato come ogni anno non pochi cavalli da sciogliere prima della loro risoluzione definitiva. Le questioni dibattute sono state di svariata natura, le più controversie relative al nostro interesse sono senza dubbio quelle circa l'iscrizione all'albo delle imprese che svolgono attività di supporto all'accertamento ed alla riscossione delle entrate, le quali, almeno per ora non saranno più riservate ai soggetti iscritti all'albo ministeriale, l'estensione della deroga ai coefficienti delle tariffe dei rifiuti e il rinvio di un anno dell’obbligo di tenere conto dei fabbisogni standard.

Per meglio dire, la determinazione delle tariffe della tassa sui rifiuti per l'anno 2018 potrà godere della facoltà di deroga ai coefficienti di produttività dei rifiuti, oltre che dell'incidenza dei fabbisogni standard.

L'articolo 1, comma 652, della legge n. 147/2013 ha consentito ai Comuni, nella determinazione dei coefficienti per il calcolo della quota variabile delle utenze domestiche (Kb) e delle quote fissa e variabile delle utenze non domestiche (Kc e Kd) per il periodo 2014-2017, di derogare ai limiti massimi e minimi stabiliti dalle tabelle allegate al Dpr n. 158/1999, nella misura massima del 50% del loro ammontare. Inoltre, per il medesimo periodo, è stata data facoltà ai Comuni, nel calcolo della quota fissa delle utenze domestiche, di non considerare i coefficienti Ka, vale a dire di determinare tale quota senza tenere conto dell'incidenza del numero degli occupanti, basandola solo sulla superficie del locale.

Dette disposizioni derogatorie risultano prorogate con la legge di bilancio 2018, approvata dal senato il 23/12/2017 e non ancora pubblicata, con la conseguenza che tutti i Comuni potranno continuare con i parametri di legge in uso descritti nel paragrafo precedente. Pertanto si ritiene estesa di un anno tale facoltà di deroga ai coefficienti del metodo normalizzato di calcolo della Tari, mentre slitta di un anno l'obbligo di tenere conto dei fabbisogni standard, di contro nessun intervento, come invece da molti auspicato, sulla annosa questione degli errati calcoli a danno dei contribuenti.

In merito alla discrezionalità nella scelta dei coefficienti, anche recentemente la giurisprudenza ha evidenziato come gli enti non abbiano un obbligo di motivazione se rispettano i limiti imposti dalla legge (Tar Lecce, sentenza n. 486/2016, nella Tarsu Cassazione sentenza n. 11966/2016-8351/2015-7044/2014), pur se in presenza di precedenti pronunce in senso contrario (Consiglio di Stato, sentenza n. 5616/2010). La facoltà derogatoria di cui sopra interessava anche i coefficienti impiegati per le tariffe delle utenze domestiche, con il rischio che il suo superamento determini nel 2018 un incremento del prelievo nei confronti delle famiglie più numerose. Con i piani finanziari 2018 doveva applicarsi anche la norma del comma 653 dell'articolo 1 della legge 147/2013, in base alla quale “a partire dal 2018, nella determinazione dei costi di cui al comma 654, il comune avrebbe dovuto  avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard”. La norma si riferisce ai fabbisogni approvati con il Dpcm 29 dicembre 2016, il quale ha fornito, tra l'altro, le specifiche tecniche utilizzate per il calcolo del fabbisogno standard relativo al servizio di gestione dei rifiuti. Tutto ciò descritto però appare posticipato di un anno. La legge di Bilancio pertanto nella sua ratifica in Senato pospone tale termine precedentemente fissato.

18 dicembre 2017

L'IMMANCABILE PROROGA DELLE COMUNICAZIONI DI INESIGIBILITÀ' DI FINE ANNO

La fine dell’anno si avvicina e come di consueto si corre ai “ripari”. Il decreto legge 148/2017, ratificato dalla Camera e pubblicato in gazzetta ufficiale il 05/12/2017 immediatamente esecutivo, ha allungato i tempi di attesa degli enti creditori per essere informati dagli agenti della riscossione suoi ruoli a loro affidati.

Come noto, la legge 190/2014 ha riscritto la disciplina delle comunicazioni di inesigibilità Equitalia anche per i carichi pregressi modificando i termini di presentazione e la disposizione ordinaria che definisce i tempo di presentazione delle comunicazioni è contenuta nel comma 1 dell’articolo 19 del d. lgs 112/99.

Tralasciando le modalità di trasmissioni delle comunicazioni, argomento già trattato nell’articolo precedente "COMUNICAZIONI DI INESIGIBILITA': SENZA IL CONTROLLO E' DISCARICO AUTOMATICO" , la disposizione del 2014 conferma che la presentazione avviene entro il terzo anno successivo alla consegna del ruolo. Un dato quest’ultimo che coincide con il termine forfettario quindicinale dettato dal dm 321/99 in materia di formazione del ruolo. Da questo termine decorrono i tre anni ai fini della presentazione. La norma tuttavia fa salvo le diverse disposizioni di legge che, nel nostro caso, si trovano contenute nel comma 684 dell’articolo 1 della legge 190/2014.

La disciplina da seguire era dunque che le comunicazioni di inesigibilità relative a quote affidate agli agenti della riscossione dal 1º gennaio 2000 al 31 dicembre 2014, anche da soggetti creditori che hanno cessato o cessano di avvalersi delle società del Gruppo Equitalia, sono presentate, per i ruoli consegnati nell’anno 2014, entro il 31 dicembre 2017 e, per quelli consegnati negli anni precedenti, per singole annualità di consegna partendo dalla più recente, entro il 31 dicembre di ciascun anno successivo al 2017. Con la pubblicazione del decreto 148/2017 si assiste alla proroga per detto termine, ovvero all’articolo 1, comma 10-quinquies “All'articolo 1, comma 684, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, il primo periodo  e'  sostituito  dal  seguente: «Le comunicazioni di inesigibilità relative  alle  quote  affidate  agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000  al  31  dicembre  2017,anche da soggetti creditori che hanno cessato o cessano di avvalersi delle società del Gruppo Equitalia ovvero dell'Agenzia delle entrate-Riscossione, sono presentate, per i  ruoli  consegnati  negli anni 2016 e 2017, entro il 31 dicembre 2021 e, per quelli  consegnati fino al 31 dicembre 2015, per singole annualità di consegna partendo dalla più recente, entro il 31 dicembre di ciascun  anno successivo al 2021 ».”

Pertanto la proroga per la presentazione delle domande d’inesigibilità per le quote iscritte a ruolo consegnate dal 2000 al 2015, darà tempo fino al 2036 e non più termine sarà il 2033. La regola temporale, scritta a “fisarmonica”, con cadenza annuale, che matura di anno in anno, partirà non già dal 2017 come stabilito originalmente ma dal 2021.

Permangono dunque dubbi e incertezze sulle somme ancora da riscuotere e che vanno inscritte in bilancio come quote esigibili proprio in vista della latitante determinazione della disciplina e della fermezza con cui un argomento di tale spessore e delicatezza dovrebbe essere affrontato.

5 dicembre 2017

FALLIMENTO: AL RIPARO I CREDITI PA

Con l’espressione “fallimento” si indica lo stato patrimoniale dell’imprenditore che non ha più la capacità obiettiva di far fronte alle obbligazioni aziendali. Caratteri del fallimento sono dunque:

- l’universalità: il fallimento coinvolge l’intero patrimonio del debitore, inteso quale complesso dei beni e dei rapporti giuridici presenti e futuri del fallito;
- la concorsualità: la procedura si svolge nell’interesse di tutti i creditori del fallito, i quali devono essere soddisfatti in egual misura, salvo il rispetto delle legittime cause di prelazione (par condicio creditorum).
L'istituto del “fallimento” è regolato dal r.d. n. 267 del 16/03/1942 (Legge Fallimentare), disciplina che ha subito profonde modifiche per adeguarla al diritto nazionale e comunitario, in un'ottica tesa a garantire (nei limiti del possibile) la conservazione dell'impresa come complesso produttivo.

Nel rispetto di questi principi ispiratori, il disegno di legge di riforma, approvato in Senato l'11 ottobre 2017, delega il Governo ad adottare uno o più decreti per riformare organicamente la disciplina delle procedure concorsuali, della normativa sulla composizione della crisi e da sovraindebitamento. Tra i principi ispiratori più importanti del disegno di legge quello indicato nel punto b) art. 1 prevede la sostituzione del termine “fallimento” con “liquidazione giudiziale.” Il Governo dovrà altresì eliminare dalla disciplina dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, la dichiarazione di fallimento d'ufficio (art. 3, comma 1, d.lgs. n. 270/1999).

Percorrendo la storia normativa di tale disciplina troviamo, la riforma del diritto fallimentare avvenuta con d.lgs. n. 5/2006; le novità apportate dal d.l. n. 83/2012 (convertito con legge n. 134/2012) relative al nuovo istituto del preconcordato; quelle del decreto n. 179/2012 (convertito con legge n. 221/2012); le modifiche della legge di stabilità n. 228/2012; la riforma dell'art. 161 nell'ambito del concordato preventivo, da parte del d.l. n. 69/2013 (c.d. decreto del fare), convertito con modificazioni dalla l. n. 98/2013; le innovazioni del d.lgs. 16/11/2015 n. 180; quelle del d.l. 3/05/2016 n. 59 e quelle apportate dalla legge n. 232 del 11/12/2016, in vigore dal 01 gennaio 2017, che offre la possibilità di proporre il pagamento parziale o rateale di crediti tributari, contributivi e Iva, in sede di concordato preventivo o di accordo di ristrutturazione dei debiti.

Secondo il primo comma dell'art. 9 L.F., il fallimento è dichiarato dal tribunale del luogo in cui l'imprenditore ha la sede principale dell'impresa. Secondo l'art. 16 del r.d. n. 267/1942, modificato dalla novella del 2006, il tribunale dichiara il fallimento con sentenza, con la quale vengono nominati il giudice delegato per la procedura e il curatore e viene ordinato al fallito il deposito dei bilanci, delle scritture contabili e fiscali obbligatorie nonché l'elenco dei creditori entro 3 giorni. La sentenza fissa inoltre il luogo, il giorno e l'ora dell'adunanza in cui si procederà all'esame dello stato passivo (entro il termine perentorio di 120 giorni) e assegna ai creditori e dei terzi, che vantano diritti reali o personali sui beni del fallito il termine (entro 30 giorni prima dell'adunanza dei creditori) per proporre domanda di insinuazione al passivo in cancelleria. Tale domanda sarà poi valutata dal Tribunale insieme al curatore onde stabilire se le somme sono effettivamente dovute. Per presentare l’istanza di insinuazione al passivo e partecipare all’udienza non serve necessariamente l’avvocato. Ciascun creditore può adoperarsi autonomamente. Il fallimento del contribuente determina per l’ente locale, gli effetti comuni a tutti i creditori concorsuali, tra i quali: il divieto di iniziare o proseguire azioni esecutive collettive (art. 51 l.fall.), il concorso sul patrimonio del fallito (art.52) e la necessità di proporre domanda per l’ammissione al passivo come descritto per ottenere la qualifica di creditore concorsuale. Così, come per qualsiasi altro creditore concorsuale, la Pubblica Amministrazione ha l’onere di presentare tale domanda entro i termini e secondo le modalità previste dall’artt. 93 e ss della legge fallimentare. Se tali adempimento non verranno posti in essere non si avrà più alcun titolo per concorrere al riparto dell’attivo. La domanda deve contenere:

– una apposita richiesta di essere ammessi al passivo;

– i documenti che provano l’esistenza del credito (per es.: avvisi di accertamento, ingiunzioni ecc.);

La domanda deve essere inviata, come file allegato scansionato in pdf, esclusivamente sulla PEC (posta elettronica certificata) del curatore. Insieme alla domanda “scannerizzata” devono essere anche allegati i documenti che provano il credito. Nella domanda deve essere indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata sul quale ricevere tutte le comunicazioni. Le domande depositate o inviate a mezzo posta normale alla cancelleria non vengono esaminate, così come le domande inviate al curatore in formato cartaceo o in modalità difformi da quanto descritto.

Elemento caratterizzante la pretesa tributaria nell’insinuazione al passivo è quello per cui, al giudice fallimentare viene preclusa la possibilità di valutazione della stessa, essendo essa esclusivamente devoluta per espressa previsione dell’art. 2 del Dlgs 546/1992 alle giurisdizioni tributarie.

In conclusione la procedura di insinuazione al passivo per la riscossione di un credito verso un contribuente dichiarato in liquidazione giudiziale è l’unica strada percorribile per vedersi garantito il proprio credito e poterlo rivendicare in sede di spartizione dell’attivo. In tutti gli atri casi la pretesa tributaria decade e il nostro credito perderà di esigibilità

RIMBORSI TARI E ACCANTONAMENTI SUL NUOVO PEF

Ancora incertezze e criticità sull’applicazione della parte variabile della Tari, le questioni sollevate nei giorni scorsi non accennano a diminuire e producono invero un nuovo quesito. Oggetto è l’ulteriore effetto che poteva rischiare di produrre la soluzione della quota variabile unica, nel caso in cui una stessa famiglia possieda nel Comune due abitazioni di cui una non locata. Il Ministero ha chiarito, per bocca del sottosegretario ai Rapporti col Parlamento Sesa Amici, che ad ogni utenza corrisponde una autonoma obbligazione tributaria. La quota variabile dovendo essere calcolata per ciascuna utenza, va considerata tante volte quante sono le utenze possedute dalla famiglia. Pertanto, costituiscono presunzione semplice dell’occupazione o conduzione dell’immobile e della conseguente attitudine alla produzione di rifiuti anche la sola presenza di arredo oppure l’attivazione anche di uno solo dei pubblici servizi di erogazione idrica, elettrica, di calore, di gas, telefonica o informatica.

Ulteriore precisazione viene data sul numero degli occupanti, ai fini del computo della quota variabile del secondo immobile. Sulla scorta della sentenza della Corte di Cassazione n. 8383 del 5 aprile 2013, in caso di abitazioni per le quali non è quindi possibile stabilire il numero dei componenti, il comune può stabilire, nell’ambito della propria potestà regolamentare, un criterio presuntivo circa il numero degli occupanti, in alternativa a quello dettato dal riferimento alla residenza.

Arduo quesito con cui il sottosegretario si è dovuto confrontare è sulla modalità di reperimento delle risorse finanziarie per far fronte ai rimborsi, nel caso in cui la duplicazione delle quote variabili non abbia comportato un aumentato di gettito rispetto al piano finanziario.  Le modalità con cui i singoli comuni procedono alla copertura delle somme rimborsate ai contribuenti rientrano nella sfera di autonomia degli stessi, così come la possibilità di intervenire in autotutela. Tuttavia, la possibilità di riportare nel nuovo PEF lo scostamento di gettito è operazione ammessa solo in caso di riduzione della superficie e di eventi imprevedibili. Il caso di specie, che riguarda lo scostamento tra gettito preventivato e quello che il
Comune conseguirebbe in esito ai rimborsi, data l’invarianza dei costi, non rientrerebbe tra le ipotesi indicate. Questo quanto ribadito dalla stessa analizzando le linee guida normative della Tares, tributo per il quale vengono adottate le medesime regolamentazioni.

La soluzione appare una “non soluzione”, gli enti locali si trovano dunque nella piena autonomia ma contestualmente questa stessa è limitata. Il Pef appare l’unico strumento atto a gestire tale situazione e nello stesso momento l’unico ad essere escluso dall’autonomia di scelta dei comuni.

Vero è che la circolare ministeriale non fa mai riferimento al ricalcolo delle tariffe, anche perché si coinvolgerebbero così tutte le utenze domestiche con rideterminazione degli importi dovuti anche per quelle utenze al momento non interessate alla questione, ma che in realtà hanno versato una quota minore rispetto alla quota variabile rideterminata. La stessa circolare altresì invita al rimborso su richiesta e non a procedere massivamente al rimborso d’ufficio e per onore del vero, nemmeno fa cenno alla questione del ricalcolo. Dunque, ad oggi, a fronte di quanto analizzato appare uno scenario ancora in forte evoluzione, dai contorni poco chiari e per nulla definiti.
 
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