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23 aprile 2018

TARI, NO ALLE MODIFICHE D'UFFICIO


In tema di tassa per lo smaltimento rifiuti la Corte di Cassazione, con sentenza n. 457/2018, nel pronunciarsi sull’articolo 72 del d lgs 507/93, stabilisce che in caso di modifica di elementi strutturali del rapporto tributario, è necessario procedere mediante notifica di apposito accertamento, non essendo possibile per l’ente impositore procedere a una sorta di iscrizione d’ufficio.

Si attribuisce in un certo qual modo ai Comuni, facoltà eccezionale di procedere direttamente alla liquidazione della tassa sulla base dell’anno precedente, purché sulla base di dati ed elementi già acquisiti e non soggetti ad alcuna modificazione o variazione. Pertanto, salvo il caso di omessa denuncia o incompleta dichiarazione da parte del contribuente, non occorre la preventiva notifica di un atto di accertamento (Cass 22248/15).

Pertanto, le cosiddette “iscrizioni d’ufficio” effettuate sulla base di elementi acquisiti allo sportello dagli utenti che ad esempio vendono l’immobile a un nuovo proprietario o che lo affittano a un conduttore o in caso di movimentazioni di residenza anagrafica, non legittimano l’emissione di un avviso di pagamento per la liquidazione della tassa nei confronti del nuovo utente, bensì rappresentano elementi a fondamento della notifica di un avviso di accertamento per omessa dichiarazione.

Fattispecie da non sottovalutare, perché se si considera che l'avviso di pagamento, così formulato, potenzialmente muove il suo cammino verso la riscossione coattiva per essere neutralizzato in pochi attimi da un vizio di origine della pretesa. E’ altrettanto noto che l’accertamento nei tributi locali per omissione dell’obbligo dichiarativo necessita di una attesa lunga, collocata per la tari al 30 giugno dell’anno successivo, con effetti finanziari sulla gestione negativi per il blocco implicito della possibilità di bollettazione.

La legge 147/2013 colloca la dichiarazione Tari nei commi 684 e 685 dell’articolo 1 dedicati alla IUC, da declinare dunque nella disciplina dell’IMU, della TASI e della TARI accomunata, in ogni caso, dalla semplificazione dell’obbligo dichiarativo. 

L'ufficio potrebbe  invitare i "nuovi" utenti a presentare la dichiarazione rilevando l'occupazione da elenchi anagrafici, da segnalazioni delle attività produttive, dalle compravendite catastali, semplificando l'intero sistema costruendo un rapporto collaborativo con i cittadini.

Va da sé che la semplificazione è possibile solo in presenza di un sistema di gestione della Tassa rifiuti che assume come base la piattaforma catastale dei fabbricati, quindi con i dati catastali presenti su ogni utenza Tari e che si alimenta di DOCFA e di atti notarili muniti delle informazioni necessarie in ordine anche alla superficie e alla titolarità del bene e che nel disegno del legislatore, descritto dal comma 645 del medesimo articolo 1, affida alla superficie catastale la determinazione della base imponibile.

17 aprile 2018

OMESSA E INFEDELE DICHIARAZIONE: IL COMPUTO DEL TERMINE

Relativamente all’esercizio del potere impositivo dell’ufficio e agli adempimenti d’obbligo dichiarativi del contribuente sotto il piano temporale, rileviamo due diversi dies a quo dai quali iniziare il computo del termine decadenziale quinquennale previsto per i tributi locali. 

- nel caso la dichiarazione sia stata presentata, per individuare il dies a quo deve farsi riferimento al termine entro il quale il tributo avrebbe dovuto essere pagato. 

- nel caso il contribuente abbia omesso la presentazione della dichiarazione, per individuare il dies a quo deve invece farsi riferimento al termine entro il quale egli avrebbe dovuto presentarla. 

La dichiarazione ha effetto anche per gli anni successivi sempre che non si verifichino modificazioni dei dati ed elementi dichiarati cui consegua un diverso ammontare dell’imposta dovuta (art. 13, comma 12-ter, D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, come modificato dall’art. 10, comma 4, lett. a), D.L. 8 aprile 2013, n. 35). 

Pertanto, nel caso di dichiarazione presentata, il primo dei cinque anni da cui inizia a decorrere il termine previsto dall’art. 1, comma 161, n. 296/2006, è quello successivo all’anno oggetto di accertamento e nel corso del quale il maggior tributo avrebbe dovuto essere pagato. Ad esempio, per l’anno 2017, l’anno “1” dei cinque previsti per la decadenza dal potere impositivo è il 2018, con la conseguenza che il termine per la notifica dell’avviso di accertamento da parte dell’Ente impositore scadrà il 31 dicembre 2022. 

Nel caso in cui la dichiarazione non è stata presentata, il Comune ha invece un termine più ampio per effettuare l’accertamento del tributo. Nei casi di omessa dichiarazione, il primo dei cinque anni previsti dall’art. 1, comma 161, n. 296/2006, è il secondo anno successivo a quello oggetto di accertamento. Ad esempio, se l’anno in cui è iniziato il possesso o è intervenuta la variazione è il 2017, la relativa dichiarazione deve essere presentata nel 2018: l’anno “1” dei cinque previsti per la decadenza dal potere impositivo è perciò il 2019, con la conseguenza che il termine per la notifica dell’avviso di accertamento da parte dell’Ente impositore scadrà il 31 dicembre 2023. 

In questo contesto, va inoltre tenuto presente l’orientamento della Corte di cassazione per il quale la violazione dell’obbligo dichiarativo non si esaurisce nell’anno in cui inizia il possesso o interviene la 
variazione ma, se il contribuente non presenta la dichiarazione anche nei periodi di imposta successivi, deve ritenersi che egli reitera l’omissione per ciascuna delle annualità in cui non vi provvede. I giudici di legittimità, infatti, statuiscono che “l’obbligo, posto dal D.Lgs. n. 504/1992, art. 10, comma 4, di denunciare il possesso ovvero di dichiarare le variazioni degli immobili già dichiarati qualora incidenti sulla determinazione della imposta non cessa allo scadere del termine fissato dal legislatore con riferimento all’inizio del possesso ma permane finché la dichiarazione (o denuncia) non sia presentata e determina, per ciascun anno di imposta, una autonoma violazione punibile ai sensi del citato D.Lgs. n. 504/1992, art. 14, comma 1. 

È infatti errato ritenere che la violazione dell’obbligo di denuncia abbia natura istantanea, ovvero si esaurisca con la mera violazione del primo termine dettato a tal fine dal legislatore, in forza della considerazione che la disposizione in esame produca effetto (in mancanza di variazioni) anche per gli anni successivi, in quanto è ovvio che tale effetto (ultrattività della dichiarazione) possa solamente verificarsi in presenza di una dichiarazione, e non in assenza della stessa. 

In termini diversi, l’obbligo di presentare la dichiarazione per gli anni successivi, tenuto conto del disposto dell’art. 10, comma 1 D.Lgs. n. 504/1992, può e deve ritenersi insussistente quando la dichiarazione sia stata presentata per un anno precedente, e sempre che non siano intervenute variazioni capaci di determinare una imposta diversa (Cass. ordinanza, n. 98/2014). 

Da questo orientamento discende che in ogni annualità nella quale il contribuente non presenti la dichiarazione, anche se successiva a quella di inizio del possesso o della variazione, egli violi l’obbligo dichiarativo e che tale annualità sia quindi accertabile nel più ampio termine previsto per i casi di omessa dichiarazione.

16 aprile 2018

DECADENZA DEL POTERE ACCERTATIVO


Più volte abbiamo analizzato la natura decadenziale del potere/dovere di pretendere il tributo, come è noto pertanto è la Finanziaria 2007 che stabilisce che gli “avvisi di accertamento in rettifica e d’ufficio devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati o avrebbero dovuto essere effettuati. Entro gli stessi termini devono essere contestate o irrogate le sanzioni amministrative tributarie” (art. 1, comma 161, Legge 27 dicembre 2006, n. 296).

Il termine è rispettato, per l’Ente impositore, se l’atto di accertamento viene affidato all’ufficiale incaricato della notifica a mezzo posta prima della relativa scadenza: in questo caso l’atto è tempestivo anche se il procedimento di notificazione si conclude con la consegna del documento al destinatario dopo il decorso del termine (tipicamente, affidamento all’ufficiale postale a fine dicembre e consegna al destinatario ai primi di gennaio). Difatti, “qualunque notificazione a mezzo del servizio postale si considera fatta nella data della spedizione della raccomandata” questo è il principio che regola la disciplina della notificazione e che spesso gli uffici tributi si trovano a dover esplicare ai contribuenti e farne oggetto di inutili ricorsi.

Si tratta, in buona sostanza, del recepimento del noto principio processuale per il quale le notifiche si perfezionano in due momenti diversi: per il notificante, alla consegna del documento all’ufficiale postale o all’ufficiale giudiziario, per il destinatario alla ricezione. Ciò, nel settore tributario, assume peraltro valenza generale, anche con riguardo ai tributi locali: la Cassazione ha statuito infatti che “il principio secondo cui gli effetti della notificazione eseguita a mezzo del servizio postale si producono per il notificante al momento della consegna del piego all’ufficiale giudiziario (ovvero al personale del servizio postale) e per il destinatario al momento della ricezione, ha carattere generale e trova applicazione non solo con riferimento agli atti processuali, ma anche con riferimento agli atti d’imposizione tributaria. Ne consegue che il termine per verificare la tempestività della notificazione dell’avviso di accertamento spedito a mezzo posta coincide con la data di spedizione del plico e non con quella della sua ricezione da parte del contribuente.

L’eccezione di decadenza è soggetta a limiti processuali particolarmente stringenti. Il contribuente che intenda contestare la tardività della pretesa tributaria per decorso del termine decadenziale deve farlo sin dal ricorso introduttivo del giudizio davanti alla Commissione Tributaria ai sensi dell’art. 19, D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546. Ciò in quanto, secondo la Corte di Cassazione, il termine di decadenza posto a carico dell’ufficio tributario ed in favore del contribuente “ha natura sostanziale e non appartiene a materia sottratta alla disponibilità delle parti, in quanto tale decadenza non concerne diritti indisponibili dello Stato alla percezione di tributi, ma incide unicamente sul diritto del contribuente a non vedere esposto il proprio patrimonio, oltre un certo limite di tempo, alle pretese del Fisco, sicché è riservata alla valutazione del contribuente stesso la scelta di avvalersi o meno della relativa eccezione, da ritenersi, pertanto, eccezione in senso proprio, non rilevabile d’ufficio”.

Né l’eccezione di decadenza può essere sollevata la prima volta con motivi aggiunti ai sensi dell’art. 24, Comma 2, D.Lgs. n. 546/1992: infatti, tale integrazione dei motivi “è consentita (...) soltanto in relazione alla contestazione di documenti depositati dalla contro parte e fino ad allora non conosciuti (e comunque entro sessanta giorni dalla data in cui si è avuta notizia di tali documenti)” (Cass. n. 24970 del 2005)”. Infine, la mancata proposizione sin dal ricorso introduttivo dell’eccezione di decadenza dal potere impositivo non può essere rimediata o sanata nemmeno proponendola per la prima volta in secondo grado, stante il divieto di domande ed eccezioni nuove in appello posto a pena di inammissibilità dall’art. 57, D.Lgs. n. 546/1992.

5 aprile 2018

LA NOTIFICAZIONE E L'ORDINE GERARCHICO DEL CONSEGNATARIO


Il procedimento di notificazione, non potrebbe sempre compiutamente realizzarsi se il legislatore richiedesse a pena di nullità la notificazione a mani proprie del notificando, e pertanto non riconoscesse altra figura nel rapporto notificatorio che quella del notificante e del notificando.

Difatti, spesso, accade che il soggetto a cui è destinata la notifica non è reperibile, poiché assente dalla propria abitazione o domicilio. In tal caso, la difficoltà, magari voluta dal destinatario, finirebbe per creare un vero e proprio danno al notificante.

A tale scopo la disciplina dell'art. 138, si integra con la disciplina contenuta nell'art. 139, avente ad oggetto la notificazione effettuata a mani di persona diversa dal destinatario a condizione che sussistano due condizioni:

-     - che la notificazione venga eseguita nell'indirizzo di residenza o dimora del notificando, o in cui è iscritta la sede della società
-    - che la notifica venga effettuata a mani di persona legata al notificando da particolari vincoli, di famiglia, di lavoro/collaborazione, o anche soltanto di fatto, i quali consentano di presumere, che il consegnatario dell'atto porterà il medesimo a conoscenza del notificando.

Dalla disciplina si evince, dunque, che vi sono ordini gerarchici da rispettare, ovvero quello per cui la notificazione deve essere eseguita a mani del familiare o dell'addetto e, solo in mancanza di essi, può essere eseguita a mani del portiere, potendo infine essere eseguita a mani del vicino solo in mancanza del portiere.

Una definizione importante è pertanto la nozione di residenza, fissata dall'art. 43, comma 2, c.c., che la identifica con il luogo in cui la persona ha la dimora abituale. Essa si individua attraverso un duplice dato oggettivo e soggettivo: il dato oggettivo è la permanenza in un determinato luogo ed il dato soggettivo dell'intenzione di abitarvi stabilmente, rivelata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni familiari e sociali, le risultanze anagrafiche offrono una mera presunzione. Pertanto, solo se, il destinatario non viene trovato, l'atto può essere consegnato ad un parente, addetto, portiere o vicino: per la giurisprudenza è sufficiente non aver rinvenuto il destinatario anche in uno soltanto dei luoghi indicati dal primo comma dell'art. 139.

Ai sensi dell'art. 148, l'ufficiale giudiziario deve identificare nella relata di notificazione generalità e qualità della persona cui l'atto è consegnato. Quanto alle generalità dichiarate esse sono oggetto di una presunzione desumibile dalle dichiarazioni recepite dall'ufficiale incaricato nella relata di notifica, pertanto, incomberà sul destinatario dell'atto, che vuole contestare la validità della notificazione, l'onere di provare l'inesistenza di alcun rapporto con il consegnatario, e quindi l'occasionalità della presenza dello stesso consegnatario. Il consegnatario non è obbligato a ricevere l'atto, tuttavia, per effetto dell'art. 139, il rifiuto dell'atto da parte delle persone è una ipotesi contemplata dal successivo art. 140 che consente il perfezionamento della notifica con la consegna presso la casa comunale del plico, l'invio della raccomandata a/r al destinatario, affissione alla porta dell'abitazione dell'avviso.

Andando nei casi specifici vediamo come, la notifica eseguita a mani di persone incapaci o minori di anni 14, è nulla e non inesistente, dunque può essere oggetto di sanatoria. L'atto notificato a soggetto inabilitato è valido poiché la norma dell'art. 139, comma 2, prevede la nullità solo per minore di 14 anni od al soggetto palesemente incapace.

In relazione alla notificazione a mani del portiere la relata dell'ufficiale deve contenere l'attestazione del mancato rinvenimento delle altre persone indicate di cui si è detto, ma non occorrono particolari formule ed è esempio sufficiente la dicitura domiciliatario e familiari al momento assenti.
Per la notificazione a mani del portiere, ovvero del vicino, l'ufficiale deve inviare al notificando una lettera raccomandata contenente la notizia dell'avvenuta notificazione.
In conclusione, l'impossibilità di portare a compimento il procedimento di notificazione si ha attraverso l'espletamento di tre distinte formalità descritte dall'art. 140 che costituisce mero sviluppo del procedimento di notificazione.

Tali formalità sono le seguenti:

- l'affissione di un avviso alla porta, con il quale si informa il notificando del deposito dell'atto presso la casa comunale;

- il deposito, appunto, dell'atto presso la casa comunale, dove il notificando potrà ritirarlo;

- la spedizione di un ulteriore avviso a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento avente ad oggetto, ancora una volta, l'avvenuto deposito dell'atto presso la casa comunale.

Pertanto si considererà adempiuto ogni obbligo, relativamente a tale fattispecie, nonostante l'eventuale ricevimento della raccomandata di ritorno che non abbia "trovato" il destinatario (sconosciuto, irreperibile). 
Difatti, il perfezionamento della notifica effettuata ex art. 140 necessita il compimento di tutti gli adempimenti previsti, con la conseguenza che, in caso d'omissione di uno di essi, la notificazione è nulla; diversamente, la notifica si dirà inesistente quando manchi del tutto o sia stata effettuata in modo assolutamente non previsto dalla legge. 
 
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