22 mag 2017


LOGINPA 

MicroServicePA, Start Up innovativa, che si sta imponendo sul mercato dei servizi alle Pubbliche Amministrazioni, è proiettata alla ricerca di nuove e competitive soluzioni per fronteggiare l’evoluzione necessaria al fine di agevolare la strada al progresso e facilitare l’accesso alla macchina amministrativa non solo ai professionisti del settore ma anche a coloro che rendono indispensabile il loro operato, i contribuenti.
L’idea imprenditoriale si traduce in LOGINPA, Applicativo Web Browser per interfacciare ed integrare la cartografia del Comune all’interno di Google Maps inserendo tutte le informazioni che vengono rese disponibili dall’Agenzia delle Entrate (piattaforme Sister e Siatel), dalle Banche dati interne all’Ente quali Tributi Locali e Anagrafe, dalla Camera di Commercio, da Equitalia e dagli operatori che gestiscono i Servizi Pubblici Locali, come il catasto, i dati dell’agenzia dell’entrate.

LoginPa nasce confluendo tutti i dati a disposizione delle pubbliche amministrazioni in un’unica piattaforma. Tanti, tantissimi dati, difficili da consultare: I BIG DATA. Non basta però rendere pubbliche le informazioni, fornire troppi dati, disomogenei e dispersi, equivale a non fornirne alcuno. Ecco allora che LoginPa fa la differenza, con un click, LoginPa permette di convogliare una miriade di informazioni relative all’utente con la stessa forza e sinergia di una cascata, ordinata e compatta.


La soluzione verrà presentata a Forum Pa 2017 dal 23 al 25 Maggio,  Roma Convention Center “La Nuvola”. Forum Pa si conferma anche quest’anno occasione fondamentale di lavoro, di relazione, di aggiornamento e di formazione per i dipendenti e funzionari delle amministrazioni centrali e localiLa partecipazione dà, inoltre, diritto a un attestato di partecipazione ai singoli eventi di FORUM PA 2017 che i partecipanti troveranno, nei giorni successivi alla Manifestazione, direttamente sul proprio PROFILO FORUM PA.

Indirizzo: Viale Asia – zona EUR, Roma
Telefono: 0039 06 5451 3710

 

Ti aspettiamo


LOGINPA E' IL SISTEMA INDISPENSABILE DELLA PA: CITTADINI - IMMOBILI TERRENI - DATI TRIBUTARI, OLTRE 23 BANCHE DATI INTEGRATE

La piattaforma nasce con l’obiettivo di creare un rapido accesso tramite browser a tutti i dati disponibili nell’Ente.
Con l’integrazione della cartografia del comune all’interno di Google Maps completata di tutte quelle informazioni presenti nelle banche dati dell’Ente Locale, come il catasto, i dati dell’agenzia dell’entrate, i Tributi Locali e l’Anagrafe.
Abbiamo confluito tutti i dati a disposizione alla pubbliche amministrazioni in un’unica piattaforma.
Tanti, tantissimi dati, difficili da consultare: i big data. Ma non basta rendere pubbliche le informazioni: fornire troppi dati, disomogenei e dispersi significa - di fatto - non averne reso pubblico nessuno. Con LoginPa i dati sono “aperti” e “leggibili”. L’integrazione del catasto e Piano Regolatore all’interno di Google Maps consentono una semplice consultazione ed un utilizzo della piattaforma intuitivo e semplice, in pochi click si ottiene una “scheda” completa di tutte le informazioni collegate all’immobile o terreno e del soggetto.
Non mancano le funzioni di ricerca per strada, per foglio e mappale catastale, per soggetto o la comoda funzione di localizzazione, per centrare la mappa rispetto al luogo in cui esattamente siamo situati. La ricerca e l’interrogazione dei dati è guidata nelle varie banche dati e l’impostazione dei filtri e delle condizioni è autonoma per l’utente che di volta in volta intende estrarre dati secondo necessità.
Nessun limite a filtri e condizioni.

Obiettivi, destinatari e contesto: 
Gli Uffici della Pa dispongono di tantissimi dati, tutti catalogati in software distinti secondo l'utilizzo di ogni ufficio. Integrare oltre 20 banche dati dei cittadini e degli immobili con le informazioni anagrafiche e tributarie consente di ottenere rapidità di consultazione, visione d'insieme, completezza di informazioni. Analizzare i dati e poterli incrociare, interrogare, estrarre consente di svolgere i propri compiti istituzionali con meticolosa puntualità. Tutti gli operatori della PA dovrebbero poter accedere a tutte le banche dati per svolgere al meglio il lavoro del proprio ufficio del proprio compito istituzionale, LOGINPA risolve questo ostacolo.

FORUM PA 2017 dal 23 al 25 maggio, Roma Convention Center “La Nuvola”, si conferma anche quest’anno occasione fondamentale di lavoro, di relazione, di aggiornamento e di formazione per i dipendenti e funzionari delle amministrazioni centrali e locali.
Sul sito della Manifestazione è anche possibile consultare il programma congressuale, filtrando gli eventi per giorno, categoria e percorso tematico.
La partecipazione alla Manifestazione e ai singoli eventi è libera e gratuita, basta accreditarsi on line.

LOGINPA. TI ASPETTIAMO

19 mag 2017

Importante novità sul piano del contenzioso tributario, appare quella relativa all’aumento della soglia limite per la quale è possibile ricorrere alla mediazione come mezzo deflattivo del contenzioso.

Sale infatti da 20 mila a 50 mila Euro la soglia al di sotto della quale è obbligatoria la mediazione tributaria. L’aumento in questione è stato previsto dalla recentissima cosiddetta “Manovrina”, per gli atti impugnabili notificati a decorrere dal 1° gennaio 2018. 

A tal proposito, occorre prendere in considerazione la data in cui il contribuente riceve l’atto notificato e non la data di spedizione. Questa novità, introdotta appunto dall’art. 10 DL 50/2017, ha lo scopo di potenziare l’istituto che sembra dirimere positivamente il contenzioso tributario.

Come ormai noto, la mediazione tributaria obbligatoria si applica ai ricorsi notificati a partire dal 1 gennaio 2016 purché di valore non superiore a 20.000 euro. La novità consiste per gli atti notificati a partire dal 1 gennaio 2018 la mediazione ora diverrà obbligatoria se il valore della controversia è inferiore a 50.000 euro.

Ricordiamo che sono soggetti a mediazione tributaria obbligatoria gli atti o provvedimenti concernenti imposte e tasse o la materia catastale. Tra questi atti rientrano anche la comunicazione di iscrizione di fermo amministrativo sul veicolo o di ipoteca su un immobile. 

La procedura e le regole relative a tale istituto rimangono invariate, pertanto il ricorso notificato all’ente impositore, qualora si alleghi l’istanza di mediazione, produce anche gli effetti di un reclamo e può contenere una proposta di mediazione con rideterminazione dell’ammontare della pretesa.

Successivamente il reclamo produce effetti di ricorso se decorsi i 90 giorni l’istanza di reclamo non è stata accolta o non si è conclusa la mediazione o nell’eventualità l’ente respingesse il reclamo o accogliesse parzialmente. In forza della modifica intervenuta con il Dlgs 156/2015, il termine di 90 giorni va computato dalla data di notifica del ricorso. Da tale data riprendono a decorrere i termini di 30 giorni per la costituzione in giudizio davanti alla Commissione Tributaria.

Rilevante a tal punto è la determinazione del valore di una controversia, si fa riferimento per ciò alle disposizioni di legge, per le quali il valore della lite coincide con l’importo del tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni irrogate con l’atto impugnato.

Per concludere, l’istituto del reclamo/mediazione continua a configurarsi come uno strumento che consente un esame preventivo della fondatezza dei motivi del ricorso e della legittimità della pretesa tributaria, nonché una verifica circa la possibilità di evitare, anche mediante il raggiungimento di un accordo di mediazione, che la controversia prosegua davanti al giudice.

16 mag 2017


30 Giugno 2017, data in cui gli Enti Locali dovranno scegliere se sarà la fine di un'epoca, oppure se cambiare tutto per non cambiare niente.
Già con il DL 70/2011 Articolo 7 comma 2 gg-ter) si stabiliva la cessazione delle attivita' di accertamento, liquidazione e riscossione, spontanea e coattiva, delle entrate, tributarie o patrimoniali, dei comuni e delle societa' da essi partecipate da parte di Equitalia al 31 dicembre 2012.
Da tale data si sono susseguite nove proroghe, fino ad arrivare alla tanto attesa proroga inderogabile del 30 giugno 2017.

A fronte di ciò è intervenuto anche l'art. 2 del DL 193/2016 che stabilisce che a decorrere dal 1° luglio 2017, le amministrazioni locali di cui all'articolo 1, comma 3, possono deliberare di affidare al soggetto preposto alla riscossione nazionale le attivita' di riscossione, spontanea e coattiva, delle entrate tributarie o patrimoniali proprie e, fermo restando quanto previsto dall'articolo 17, commi 3-bis e 3-ter, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, delle societa' da esse partecipate.

La normativa in materia è caotica, un groviglio di norme anche contrastanti che non aiutano a definire i contorni specialmente nel caso in cui l'Ente decide di interrompere definitivamente qualsivoglia rapporto con la vecchia struttura organizzativa ovvero la nuova " ADER - Agenzia delle Entrate e Riscossione". Sono noti a tutti gli scarsi risultati prodotti da Equitalia tanto da costringere lo Stato ad intervenire, aprendo le possibilità alla riscossione diretta o di affidare in concessione l'attività ai soggetti iscritti all'albo ministeriale. Inoltre devono essere affrontati i problemi legati alle quote inesigibili e ai residui di gestione, vale a dire ai ruoli non riscossi. 
E' la Legge di Stabilità 2015 che interviene successivamente legittimando con il comma 684 ss. che l'Agente della Riscossione effettui la riscossione delle somme non pagate delle quote affidate dal 1° Gennaio 2000 al 31 dicembre 2015 anche da soggetti creditori che hanno cessato o cessano di avvalersi delle societa' del Gruppo Equitalia.

Nonostante ciò, continua ad essere vigente anche l'articolo 14 del D.Lgs. 112/99 che al contrario disciplina i residui di gestione delle entrate da riscuotere prevedendo espressamente che il concessionario cessato dalla titolarità del servizio, per motivi diversi dalla revoca e dalla decadenza, sia tenuto a trasmettere i suddetti residui all'ente creditore, unitamente alle entrate che gli sono già state affidate e per le quali, alla data del cambiamento di gestione, non sia ancora scaduto il termine di pagamento e il credito non si sia prescritto.

Se è vero che la cessazione delle attività del concessionario produce la trasmissione dei residui al concessionario subentrante, ai sensi del già citato art. 14, e che il soggetto subentrante nella gestione continuerà l'esecuzione e la riscossione del credito, è anche vero che la Legge di stabilità legittima l'Agente della riscossione a continuare le attività per i carichi affidati. Pertanto è più che evidente il disallineamento normativo a cui si sottostà e che fa insorgere non pochi dubbi al riguardo.

Dunque, l'Ente che a far data dal 01 Luglio 2017 deciderà di non deliberare a favore della nuova Agenzia come vedrà amministrare i suoi "vecchi" crediti? Se non riterrà opportuno far proseguire tale attività al nuovo concessionario, potrà far valere la norma a lui più favorevole contenuta negli articoli 14 e 16 dello stesso decreto?
In quest'ultimo infatti è previsto che in tutte le ipotesi di cambiamento di gestione il subentrante concessionario continua, ove possibile, la procedura di riscossione gia' avviata dal cessato concessionario, ovvero pone in riscossione i residui e le altre entrate ricevute in carico secondo la procedura prevista dal decreto 112/1999. A tal fine la consegna dei residui e' equiparata alla consegna dei ruoli e fino alla consegna i termini di cui all'articolo 19, comma 2, lettere a), b) e c), sono interrotti e riprendono a decorrere dalla data di tale consegna.

Appare evidente la grave situazione di contrasto, che apporterà numerosi problemi e intralci alla complessa gestione che gli uffici tributi si troveranno ad affrontare con l'inizio di questa nuova epoca.

15 mag 2017

In vista della scadenza del 1 Luglio 2017, data in cui non solo verrà soppressa Equitalia in via definitiva, ma in cui si segnerà la decorrenza della possibilità per gli enti locali di deliberare l’affidamento al soggetto preposto alla riscossione nazionale le attività di accertamento, liquidazione riscossione spontanea e coattiva, delle entrate tributarie o patrimoniali proprie e delle società da essi partecipate. Difatti con il DL 193/2016 collegato alla Legge di stabilità 2017 è stato previsto che gli enti locali possano decidere a chi affidare le attività sopra descritte.

L'articolo 1 stabilisce che le società del gruppo Equitalia sono sciolte e cancellate dal registro delle imprese senza che sia esperita alcuna procedura di liquidazione. Per garantire, la continuità con il precedente concessionario e la funzionalità, è stato istituito l'ente pubblico economico denominato "Agenzia delle entrate-Riscossione" ente strumentale dell'Agenzia delle entrate sottoposto all'indirizzo e alla vigilanza del Ministro dell'economia e delle finanze. Il nuovo ente subentra, a titolo universale, nei rapporti giuridici attivi e passivi, anche processuali, delle societa' del Gruppo Equitalia. Pertanto gli enti locali hanno come detto in precedenza l’arbitrarietà di scelta tra la riscossione in proprio, eventualmente coadiuvata e supportata da società esterne, oppure l’adesione al sistema strutturato intorno alla nuova Agenzia.
L'articolo 2 stabilisce che a decorrere dal 1° luglio 2017, le amministrazioni locali di cui all'articolo 1, comma 3, possono deliberare di affidare al soggetto preposto alla riscossione nazionale le attivita' di riscossione, spontanea e coattiva, delle entrate tributarie o patrimoniali proprie e, fermo restando quanto previsto dall'articolo 17, commi 3-bis e 3-ter, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, delle societa' da esse partecipate.

Fatta questa breve premessa circa la nuova possibilità di scelta in capo all’Ente vorremmo approfondire quelli che sono gli aspetti fondamentali della riscossione.

Difatti in questo periodo stiamo assistendo all’inversione di tendenza rispetto a quanto accaduto in seguito alla riforma della riscossione avvenuta in passato, quando ci fu il passaggio da un sistema di affidamento in concessione all’attribuzione delle competenze all’Agenzia delle entrate, operante attraverso l’agente unico Equitalia S.p.A. e sue partecipate.
Pertanto dal momento della cessazione inversa, si tornerà dunque al sistema di affidamento in concessione che avverrà come più volte dichiarato a far data dal 1 Luglio 2017, spetterà ai comuni effettuare la riscossione coattiva delle entrate tributarie e patrimoniali, salvo scelta di affidare alla nuova Agenzia tale procedura.

Certo è che se i comuni decidano di non affidarsi a tale Agenzia e dunque procedere con la riscossione coattiva per proprio conto dovranno procedere con le dovute cautele e tenere a mente questi piccoli accorgimenti legati proprio alla fase più delicata della riscossione coattiva, ovvero l’ingiunzione di pagamento.
La procedura d'ingiunzione fiscale prevista dal regio decreto n. 639 del 1910, che costituisce titolo esecutivo consiste in un atto amministrativo dell’ufficio finanziario contenente “l’ordine” per il contribuente di pagare l’importo dovuto entro trenta giorni, a pena degli atti esecutivi. 

Atti esecutivi che sarà sempre lo stesso ente a porre in essere. Il procedimento esecutivo è rivolto alla soddisfazione dell’interesse del creditore, dunque in tal caso dell’ente, che deve ottenere ciò che gli è dovuto nel quadro e con le garanzie previste dall’ordinamento giuridico. Per poter far ciò si deve munire del titolo esecutivo, ovvero la condizione necessaria e sufficiente per esercitare l’azione esecutiva. Titolo esecutivo possiamo identificarlo con l’atto di accertamento, il quale contestualmente afferma l’esistenza di un diritto di credito in capo ad un soggetto – creditore – e ne costituisce la prova. Sulla base di queste caratteristiche intrinseche del titolo esecutivo, il Legislatore fonda la possibilità di azionare la procedura esecutiva per soddisfare il diritto che il debitore non ha spontaneamente adempiuto. Difatti, l’art. 474 , comma 1 c.p.c. prevede che l’esecuzione forzata può aver luogo solo se si è in possesso di un titolo esecutivo che abbia ad oggetto un diritto certo, liquido ed esigibile. Per certezza del diritto si deve intendere l’esistenza del titolo, per liquidità che il credito sia costituito da un ammontare determinato, oppure determinabile, infine, per esigibile non deve cioè essere sottoposto a termini o condizioni di alcun tipo.

Tornando al procedimento dell’ingiunzione, vediamo come la stessa costituisce un atto complesso con molteplici funzioni e contenuti quali, determinare l’ammontare del tributo, mettere in mora il debitore, creare il titolo esecutivo, le disposizioni del titolo II (riscossione coattiva) del citato D.P.R. n. 602 del 1973 per quanto compatibili e, comunque, nel rispetto dei limiti di importo e delle condizioni stabilite per gli agenti della riscossione in caso di iscrizione ipotecaria e di espropriazione forzata immobiliare.
Aspetto innovativo nell’ipotesi di affidamento a terzi della riscossione è quello per cui in sede di conversione in legge del decreto è stato aggiunto anche l'articolo 2-bis in base al quale, in deroga all'articolo 52 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, il versamento spontaneo delle entrate tributarie dei comuni e degli altri enti locali deve essere effettuato direttamente sul conto corrente di tesoreria dell'ente impositore o con F24 anche attraverso gli strumenti di pagamento elettronici resi disponibili dagli enti impositori.

12 mag 2017

La Legge di stabilità 2014 ha istituito al comma 641 e ss. la TARI, acronimo di TAssa Rifiuti. Essa in pratica prende il posto della vecchia Tares. Letteralmente " Il presupposto della TARI e' il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di locali o di aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, suscettibili di produrre rifiuti urbani. Sono escluse dalla TARI le aree scoperte pertinenziali o accessorie a locali tassabili, non operative, e le aree comuni condominiali di cui all'articolo 1117 del codice civile che non siano detenute o occupate in via esclusiva."

Primo concetto cardine di tale imposta è dunque il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di locali suscettibili di produrre rifiuti urbani. Tale concetto è legato al godimento del bene, dunque alla possibilità del detentore o possessore di disporre del bene.
Il concetto di suscettibilità di produrre rifiuti, viene in seconda battuta e si lega in sostanza all'utilizzabilità dei locali e delle aree soggette al tributo. Utilizzabilità che è diversa dal concetto di utilizzo, come anche ribadito più volte dalla Corte di Cassazione, secondo la quale un locale per non essere soggetto al prelievo della tassa sui rifiuti deve essere “inutilizzabile” e non “inutilizzato”. E pertanto la non suscettibilità di produrre rifiuti si lega alla concreta impossibilità di produrli per questioni oggettive e non soggettive.

Procedendo, ai fini dell'attività di accertamento, il Comune, per le unità immobiliari ordinarie iscritte o iscrivibili nel catasto edilizio urbano, deve considerare come superficie assoggettabile alla Tari, la superfice calpestabile, ovvero, quella determinata in base ai parametri catastali presenti presso l’agenzia del Territorio. Invero, il parametro relativo dell’80% della superficie catastale, risulta quindi una limitazione a cui è il solo contribuente a doversi attenere dopo aver appurato l’effettiva superfice calpestabile dell’immobile.

Nella determinazione della superficie assoggettabile alla Tari non si tiene conto di quella parte di essa ove si formano, in via continuativa e prevalente, rifiuti speciali, al cui smaltimento sono tenuti a provvedere a proprie spese i relativi produttori, a condizione che ne dimostrino l'avvenuto trattamento in conformità alla normativa vigente, e che sia determinabile in maniera inequivocabile l’area in cui questi vengono prodotti,  entra in campo pertanto il regolamento comunale che regolarizza le varie tipologie di attività e le classifica secondo la propria giurisdizione.
La Tari è corrisposta in base a tariffa commisurata ad anno solare coincidente con un'autonoma obbligazione tributaria, si compone di una parte fissa ed una variabile, oltre il tributo provinciale da dover conteggiare. La parte fissa è determinata considerando le componenti del costo del servizio di igiene urbana mentre la parte variabile copre i costi del servizio rifiuti integrato (raccolta, trasporto, trattamento, riciclo, smaltimento) ed è rapportata alla quantità di rifiuti presumibilmente prodotti dal componente o dai componenti del nucleo familiare.

E’ il comune a stabilire le scadenze di pagamento della Tari prevedendo almeno due rate a scadenza semestrale. Il versamento è effettuato secondo le disposizioni di cui all’articolo 17 del decreto legislativo n. 241 del 1997 ovvero tramite le altre modalità di pagamento offerte dai servizi elettronici di incasso e di pagamento interbancari e postali (In pratica tramite modello F24, bollettino di conto corrente postale, servizi elettronici di incasso e interbancari).

La dichiarazione di inizio, di variazione o di cessazione del possesso, della occupazione o della detenzione dei locali e delle aree scoperte deve essere presentata dal contribuente entro il termine del 30 giugno dell'anno successivo a quello in cui sono intervenute le modificazioni. La dichiarazione può essere presentata anche da uno solo degli occupanti, detentori o possessori, nel caso di occupazione, detenzione o possesso in comune di un immobile.

05 mag 2017

La Suprema Corte con la sentenza n. 10754 del 03/05/2017 ha confermato il principio per il quale i locali dell'ente ecclesiastico in cui si svolge attività didattica non a titolo gratuito sono soggetti al pagamento dell'Ici. Principio questo sempre più diffuso nella giurisprudenza.

Partiamo dall’analisi della normativa presupposta, la norma di riferimento che sancisce l’esenzione ICI per le fattispecie in questione è costituta dall’art. 7 comma 1 lettera d ed i del D.Lgs. 504/92 come novellato dalla L.2/12/2005 n.248 di conversione del D.L. 30/9/2005 n. 203 ulteriormente modificato dall’art. 39 del D.L. 223/2006 convertito in Legge 4 agosto 2006 n. 248, per effetto del quale il comma della 2 bis della L 2 dicembre 2005 n 248 è stato sostituito dal seguente: “ l’esenzione disposta dall’art. 7 , comma 1 lettera i del D.L.gs. 504/92 s’intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura commerciale.” La stessa norma stabilisce quindi che sono esenti da ICI “ gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all’art. 87 comma 1 lett. c ( ora art. 73 comma 1 lett. c ) del testo Unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917 e successive modificazioni, destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’art. 16 lettera a della Legge 20 maggio 1985 n. 222.” Ricordiamo che tali attività sono definite come attività di religione o di culto, dirette dunque all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana. 

Si comprende pertanto che lo stesso decreto rileva la condizione di esenzione rispetto a particolari enti, ma contestualmente ne determina anche le restrizioni e la tipologia. Peculiarità indiscussa appare essere l’assenza dell’esercizio di attività commerciale da parte di tali enti. La presenza stessa dei religiosi in loco non giustifica di per sé l’esenzione riguardo all’esercizio di attività di religione o di culto, come spesso si suole ribadire. Pertanto la presenza degli alloggi dei religiosi risulta strumentale allo svolgimento dell’attività didattica. Invero, nell’ipotesi in cui, si presti una delle attività di cui all’articolo sopra enunciato dietro il pagamento di una retta che non si discosti da quelle di mercato è riconosciuta implicitamente e oggettivamente la natura commerciale dell’attività, con conseguente assoggettamento all’Ici degli immobili nei quali essa viene assolta. Così la Corte di Cassazione ha tuonato nella sentenza in commento.

La Cassazione, richiamando norme e precedenti giurisprudenziali non solo nazionali ma anche comunitari, conferma che l'esenzione fiscale può trovare applicazione alla sola condizione che si dimostri che l'attività di natura didattica venga svolta con modalità non commerciali e cioè a titolo gratuito o dietro pagamento di una somma simbolica, tale da coprire solo una frazione del costo effettivo del servizio.

Orbene, l’Ente Religioso è annoverato tra gli Enti Ecclesiastici civilmente riconosciuti, la nozione di Ente Ecclesiastico indica una categoria giuridica propria dell’ordinamento statuale e non dell’ordinamento canonico e non è intrinseca alla natura dell’ente né a quella che lo stesso riveste ai fini del diritto canonico ed è, detta nozione, attribuita dallo Stato in stretta relazione con l’attività effettivamente posta in essere, che deve perseguire fini di religione e di culto.
Quindi ai fini della spettanza dell’esenzione in commento è necessario, che l’utilizzo dell’immobile, oltre che avvenire direttamente ad opera dell’ente non commerciale, concretizzi in se stesso l’esercizio di una delle attività tassativamente indicate dalla norma ( assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive) nonché le attività di cui all’art. 16 lett. a della legge 20 maggio 1985 n. 222 ( espressamente richiamata dalla legge sull’ICI ossia, le attività di religione o di culto e cura della anime alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana); il legislatore, nell’introdurre l’imposta comunale sugli immobili, ha voluto che le attività di carattere religioso ed altre strettamente connesse fruiscano dello stesso trattamento di favore. (Cassazione Sent. N. 4645 8/3/2004).


Pertanto alla luce della previsione normativa della lettera i comma 1 dell’art. 7 del D.Lgs 504/92 la condizione necessaria per fruire dell’esenzione è costituita dal fatto che gli immobili siano utilizzati da enti non commerciali e destinati allo svolgimento di attività oggettivamente non commerciali.

03 mag 2017

Analizziamo un altro aspetto rilevante circa l’applicazione dell’imposta municipale propria sugli immobili, ovvero la passività imu relativa al coniuge superstite titolare del diritto di abitazione.
Tale fattispecie crea da sempre non pochi fraintendimenti tra i contribuenti e gli uffici tributi, i quali si trovano non poco spesso a dover affrontare tale disciplina anche nelle Commissioni tributarie.

Innanzitutto partiamo con il 28 marzo 2013, data in cui il Ministero delle Finanze ha pubblicato la Risoluzione n. 5/DF nella quale affronta alcune tematiche inerenti l’Imposta Municipale Propria (IMU). Tra queste, la casistica legata alla casa coniugale e al suo assoggettamento ad Imu. In via generale, ai sensi del comma 2 dell’art. 13 del D.L. 201/2011, l’imposta municipale propria ha per presupposto il possesso di immobili, ivi compresa l’abitazione principale e le relative pertinenze. La novità dell’Imu rispetto alla precedente Ici è stata proprio quella di sottoporre a tassazione non solo le abitazioni secondarie ma anche l’abitazione principale del contribuente, quella, per intenderci, dove il contribuente risiede anagraficamente e dimora abitualmente con il suo nucleo familiare. Nelle varie tipologie troviamo quella della casa coniugale abitata dal coniuge superstite. E’ il caso del coniuge che, a seguito della morte dell’altro coniuge, continua ad abitare la casa coniugale a titolo di diritto di abitazione. In questo caso il coniuge superstite gode del possesso dell’immobile e, quindi, egli è il soggetto passivo ai fini dell’applicazione dell’Imu, sarà egli tenuto, cioè, al versamento dell’imposta.
Il coniuge superstite è tenuto al versamento dell’Imu dunque in quanto titolare del diritto di abitazione, a prescindere dal fatto che la proprietà del bene sia ereditata dai figli e anche dal fatto che risieda formalmente in un altro immobile. A dare ancora più forza a tale orientamento è la Ctp di Reggio Emilia, con la sentenza 103/2/2017 del 7 aprile 2017, che ribadisce tale principio.

Il coniuge superstite titolare del diritto di abitazione nell’ex casa coniugale è, al pari dell’usufruttuario, l’unico soggetto passivo ai fini delle imposte Imu-Tasi, a prescindere non solo dalle reali quote di possesso in cui è suddiviso l’immobile, ma anche a prescindere dall’effettiva fruizione dello stesso diritto di abitazione. La condizione fiscale dei cosiddetti “coniugi superstiti”, soprattutto in relazione ai tributi locali, è una di quelle su cui i contribuenti tendono maggiormente a fare domande. Fondamentalmente le casistiche possono raggrupparsi in due grosse tipologie: da una parte vi sono infatti i coniugi superstiti che scelgono di restare a vivere nella casa un tempo condivisa col coniuge defunto, e poi vi sono quelli che lasciano l’immobile per trasferirsi. Ad ogni modo, sussistendo il diritto di abitazione, la sostanza non cambia: sono loro gli unici a dover pagare le imposte locali. È proprio questa la chiave: il diritto di abitazione, sancito dall’articolo 540, comma 2, del Codice Civile, presuppone il godimento, riservato al solo coniuge superstite, anche quando concorra all’eredità con altri chiamati, dei diritti abitativi sulla casa adibita a residenza familiare e dei diritti di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto.

Fermo restando che il diritto di abitazione, come quello di utilizzo, non è cedibile a terzi, dal punto di vista fiscale la titolarità del diritto costituisce presupposto dell’imposta, dunque, come abbiamo detto, il coniuge superstite - in veste di titolare del diritto di abitazione -, è, al pari dell’usufruttuario, l’unico soggetto passivo d’imposta, e in quanto tale deve corrispondere i tributi in relazione all’intero immobile sul quale grava il diritto, indipendentemente dalle reali quote di possesso. Viceversa gli altri eredi, in quanto nudi proprietari, non saranno tenuti al versamento dell’imposta. Da precisare, però, che nel caso il coniuge superstite rinunci esplicitamente e formalmente, in forma scritta tramite atto notarile, al godimento del diritto di abitazione, l’onere fiscale andrà a ricadere pro-quota su tutti gli eredi coinvolti.

Si ipotizzi allora il caso di un coniuge superstite che mantenga il diritto di abitazione sull’ex casa coniugale restandoci a vivere da solo o con i figli, eredi a loro volta di una quota di immobile. In tal caso il coniuge superstite sarà tenuto a versare la sola Tasi sull’intera abitazione principale avendo appunto mantenuto residenza e dimora nell’immobile. Stesso meccanismo se il coniuge superstite dovesse lasciare l’abitazione e trasferirsi altrove. In tal caso sarebbe sempre lui a dover pagare l’Imu con aliquote seconda casa. Aspetto peculiare ha approfondito la Ctp di Reggio Emilia nella sentenza sopra citata, è il caso in cui i coniugi avessero la residenza anagrafica in due Comuni diversi, ma i giudici hanno statuito che non basta ciò a derogare al contenuto della disposizione: il legislatore, infatti, ha voluto costituire il diritto di abitazione nella casa adibita a “residenza familiare” e non “anagrafica”. La commissione richiama anche il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 221/1999 il quale all’articolo 1-bis, comma 4, stabilisce che i coniugi che hanno diversa residenza fanno parte dello stesso nucleo familiare, identificato sulla base della famiglia anagrafica di uno dei coniugi, di comune accordo corrispondente alla residenza familiare. Fa eccezione solo il caso in cui è intervenuta una separazione giudiziale o consensuale, oppure quando la diversa residenza è consentita a seguito di provvedimento del giudice e, infine, quando uno dei coniugi è stato escluso dalla potestà sui figli o è stato adottato il provvedimento di allontanamento dalla residenza familiare. Nel caso di specie pertanto, il diritto di abitazione in capo alla madre era evidente, considerata l’unico soggetto passivo.


Quanto sopra mantiene comunque le continue evoluzioni normative, le quali ad oggi permettono l’esenzione totale del versamento Imu per l’abitazione principale, come ampiamente analizzato nell’articolo L'IMU E I CASI DI ESENZIONE 

28 apr 2017

L’Imu, Imposta municipale propria, è stata istituita con Decreto Legge 201/2011 ed è stata oggetto di diverse revisioni normative nel corso del tempo, è dovuta in caso di possesso di immobili di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 (Decreto istitutivo dell’ICI), ivi comprese le abitazioni principali delle categorie catastali A/1, A/8 e A/9 e le pertinenze della stessa. Dal D.Lgs. 23/2011 all’articolo 9 si evince l’applicazione dell'imposta municipale propria, l'imposta è dovuta per anni solari proporzionalmente alla quota ed ai mesi dell'anno nei quali si è protratto il possesso; a tal fine il mese durante il quale il possesso si è protratto per almeno quindici giorni è computato per intero. A ciascuno degli anni solari corrisponde un'autonoma obbligazione tributaria. Ancora, i soggetti passivi devono effettuare il versamento dell'imposta dovuta al comune per l'anno in corso in due rate di pari importo, scadenti la prima il 16 giugno e la seconda il 16 dicembre. Resta in ogni caso nella facoltà del contribuente provvedere al versamento dell'imposta complessivamente dovuta in unica soluzione annuale, da corrispondere entro il 16 giugno. 
Dal 2014 l'Imu è stata integrata nella IUC (Imposta unica comunale) istituita dalla Legge 27 dicembre 2013, n. 147, rimanendo fino ad oggi sostanzialmente invariata. Ricordiamo che, l'importo della rata può variare in base alle aliquote deliberate dal Comune, difatti, nell’esercizio della propria autonomia regolamentare, i comuni valutano se procedere all’approvazione di un unico regolamento recante la disciplina dei tre tributi che compongono la IUC - IMU, TASI e TARI - o, invece, all’adozione di atti distinti per ciascuno di tali tributi. Analogamente, in ordine alla determinazione della misura del prelievo, gli enti locali possono optare per l’approvazione di un'unica delibera di fissazione delle aliquote dell’IMU e della TASI e delle tariffe della TARI oppure di atti distinti. Successivamente i comuni trasmettono al Dipartimento delle finanze mediante il Portale del federalismo fiscale tali atti, si ricorda che per l’IMU e la TASI la pubblicazione sul presente sito costituisce - ai sensi del comma 13-bis dell’art. 13 del D.L. n. 201 del 2011 e del comma 688 dell’art. 1 della legge n. 147 del 2013 - condizione di efficacia dei regolamenti e delle delibere di approvazione delle aliquote. 
In particolare, tali atti acquistano efficacia per l’anno di riferimento se trasmessi entro il 14 ottobre e pubblicati entro il termine del 28 ottobre dell’anno medesimo nel Portale del Federalismo Fiscale. In caso di mancata pubblicazione entro detto termine, trovano applicazione i regolamenti e le delibere adottati per l’anno precedente. Non devono, pertanto, essere presi in considerazione, ai fini della determinazione del tributo, i regolamenti e le delibere pubblicati successivamente al 28 ottobre di ciascun anno (fatte salve, ovviamente, le ipotesi di esercizio da parte del comune del potere di autotutela amministrativa volto all'eliminazione di un vizio di legittimità o alla correzione di un errore materiale).

Novità rilevante è scattata nel 2014, sono esenti dall'IMU le abitazioni principali delle categorie catastali A/2, A/3, A/4, A/5, A/6, A/7. Per abitazione principale si intende l’immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore dimora abitualmente e risiede anagraficamente. Per pertinenze dell’abitazione principale si intendono esclusivamente quelle classificate nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, nella misura massima di un’unità pertinenziale per ciascuna delle categorie catastali indicate, anche se iscritte in catasto unitamente all’unità ad uso abitativo. L’imposta municipale propria non si applica, altresì:
a) alle unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa, adibite ad abitazione principale e relative pertinenze dei soci assegnatari;
b) ai fabbricati di civile abitazione destinati ad alloggi sociali come definiti dal decreto del Ministro delle infrastrutture, di concerto con il Ministro della solidarietà sociale, il Ministro delle politiche per la famiglia e il Ministro per le politiche giovanili e le attività sportive del 22 aprile 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 146 del 24 giugno 2008;
c) alla casa coniugale assegnata al coniuge, a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio;
d) a un unico immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, posseduto, e non concesso in locazione, dal personale in servizio permanente appartenente alle Forze armate e alle Forze di polizia ad ordinamento militare e da quello dipendente delle Forze di polizia ad ordinamento civile, nonché dal personale del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, e, fatto salvo quanto previsto dall'articolo 28, comma 1, del decreto legislativo 19 maggio 2000, n. 139, dal personale appartenente alla carriera prefettizia, per il quale non sono richieste le condizioni della dimora abituale e della residenza anagrafica."

Con la Legge di stabilità 2016 è stata interamente rivista la gestione dei comodati gratuiti: le impostazioni valide per gli anni precedenti sono completamente eliminate e viene introdotta una sola forma di comodato gratuito per il quale è prevista una riduzione del 50% della base imponibile, analogamente agli immobili storici o inagibili.
Si tratta di una impostazione molto restrittiva che limita le possibilità del comodato gratuito a pochi casi: si deve essere proprietari di un solo immobile oppure di 2 immobili, gli immobili devono essere ubicati nello stesso comune e uno dei due deve essere necessariamente abitazione principale del proprietario. Con la condizione che l'immobile (o i due immobili) sia presente nello stesso comune dove il proprietario ha la residenza e la dimora abituale. Vanno considerate anche le pertinenze secondo i limiti previsti per l'abitazione principale (massimo 3 pertinenze, una per ogni categoria catastale C2, C6 e C7)

Appare evidente dunque che l’Ufficio nell’attività di accertamento è sottoposto a numerosi casi limiti da dover esaminare per la concessione delle agevolazioni e delle esenzioni pertinenti. Come appare ancor più evidente che le condizioni devono essere rispettate a condizione di esclusione. Per tale aspetto sottolineiamo come la residenza anagrafica non può essere sostituita da alcuna condizione differente. La concezione di prima casa dunque non coincide con quella di abitazione principale. Errore questo sempre più frequente tra i contribuenti e uno tra i motivi principali dei ricorsi prodotti dagli stessi. 
Difatti erroneamente si crede che l’acquisto della prima casa con l’assoluzione del pagamento dell’imposta di registro identifichi contestualmente l’adozione dell’abitazione principale e corollariamente l’esenzione Imu. Nulla di più sbagliato come ampiamente descritto. Dunque rimane corretto e legittimo l’avviso di accertamento per omesso versamento relativo al mancato pagamento dell’Imu sull'immobile, seppur acquistato come prima casa, non prontamente registrato anagraficamente come residenza abituale.

24 apr 2017

L’istituto giuridico del reclamo/mediazione ha senza dubbio finalità apprezzabili, ma ha sicuramente presentato una serie di ambiguità – cui il Legislatore ha solo in parte posto rimedio – che non sono passate inosservate ai giuristi di ogni specie e hanno creato non poche controversie in dottrina soprattutto a causa della sua natura ambivalente ed ibrida. A detta di questi, appare ambivalente, perché, il reclamo comporta a carico dell’Ufficio accertatore, un “riesame” dell’atto emesso, per appurarne la effettiva legittimità e il fondamento. La mediazione, a sua volta, si pone l’obiettivo di «comporre» (consensualmente) la controversia. Risulta invero ibrida, perché, il reclamo è una sorta di “ricorso amministrativo” preventivo che, in caso di mancato accoglimento o di impossibilità di concretizzare una mediazione si trasforma in ricorso giurisdizionale, al quale si applicano – con qualche eccezione – le disposizioni del D.Lgs. 546/1992 sul processo tributario, benché si collochi in una fase antecedente e sia diretto ad evitarlo.

Dunque è evidente come l’istituto abbia suscitato, sin dalla sua introduzione, dubbi e perplessità, tant’è che anche diverse Commissioni tributarie provinciali hanno sollevato svariate questioni di legittimità costituzionale. A ciò però in data 11 Gennaio 2017 la Corte Costituzionale ha posto rimedio.

Pertanto circa la questione della legittimità costituzionale delle norme sul processo tributario nella parte che stabiliscono che chi voglia proporre ricorso, deve prima presentare un reclamo, e nella parte che non prevedono che la mediazione sia svolta da una persona terza. L’ordinanza, ampiamente motivata, depositata in data 15 febbraio 2017 ha sostenuto, tra l’altro, che la scelta del legislatore “è frutto di un corretto esercizio della discrezionalità legislativa” e che “il reclamo e la mediazione tributaria” “favoriscono la definizione delle controversie (…) nella fase pregiudiziale introdotta con il reclamo”, “assicurando un meno dispendioso soddisfacimento” e “riducendo il numero dei processi”. Viene così a chiudersi l’infondata questione circa la costituzionalità di tale istituto. Arginando così definitivamente una controversia che rischiava di creare non pochi disagi ai contribuenti che hanno già beneficiato di tale istituto e agli stessi tecnici che ne hanno fatto già uno strumento operativo.
Per tali ragioni riportiamo alla mente quelle che sono le caratteristiche proprie di tale strumento.

L’art. 17-bis, D.Lgs. 546/1992 ha introdotto, per le controversie di valore fino a euro 20.000, relative ad atti dell’Agenzia delle Entrate, notificati dall’1.4.2012, la mediazione tributaria. Sino al 31.12.2015, in forza di tale previsione, l’eventuale proposizione del ricorso doveva essere preceduta dalla presentazione dell’istanza di reclamo, a pena di improcedibilità del successiva instaurazione del giudizio tributario. Dall’1.1.2016, per effetto delle disposizioni introdotte dall’art. 9, D.Lgs. 24.9.2015, n. 156, che hanno modificato l’art. 17-bis, D.Lgs. 546/1992, è previsto che il ricorso produca gli effetti di un reclamo; è altresì previsto che il ricorso non sia procedibile fino al decorso del termine di 90 giorni dalla data di notifica, entro cui deve essere conclusa la procedura di reclamo e mediazione. Il reclamo può contenere una motivata proposta di mediazione (con la rideterminazione dell’importo della pretesa). Se l’Ufficio non accetta la proposta del contribuente, deve formulare una sua proposta di mediazione. L’aspetto di maggior rilevanza concerne il fatto che il ricorso produce anche gli effetti di un reclamo.


L’art. 17-bis, D.Lgs. 546/1992 prevede, in sintesi, quanto segue:

sulle controversie il cui valore non supera € 20.000 il contribuente può proporre ricorso con effetti di reclamo, che può contenere anche una proposta di mediazione; non sono reclamabili le controversie di valore indeterminabile;

- fino al termine di 90 giorni dalla data di notifica, il ricorso non è procedibile; scaduto tale termine, inizia a decorrere il termine per la costituzione in giudizio;

- il reclamo e la proposta di mediazione sono esaminate dall’Agenzia delle Entrate, delle Dogane e del Monopoli mediante strutture diverse e autonome rispetto a quelle che curano l’istruttoria degli atti;

- nel caso in cui l’Ufficio non accolga il reclamo o la proposta di mediazione del contribuente, dovrà formulare, a sua volta, una propria proposta che tenga conto dell’incertezza delle questioni controverse, della sostenibilità della pretesa e dell’economicità dell’azione amministrativa;

- se le controversie hanno ad oggetto un atto impositivo o di riscossione, la mediazione si perfeziona con il versamento delle somme dovute o della prima rata entro 20 giorni dalla data di sottoscrizione dell’accordo tra le parti; se le controversie hanno ad oggetto la restituzione di somme la mediazione si perfeziona con la sottoscrizione dell’accordo nel quale sono indicate somme dovute, termini e modalità di pagamento;

- le sanzioni amministrative si applicano in misura pari al 35% del minimo previsto dalla legge;

- la riscossione e il pagamento delle somme dovute sono sospesi sino alla scadenza del termine di chiusura della procedura.

13 apr 2017

Dal documento di economia e finanza approvato ieri, 11 aprile, dal Consiglio dei ministri con un giorno di ritardo rispetto a quanto previsto dalle normative vigenti, si evince che parte delle risorse saranno dunque prelevate dalla lotta all’evasione fiscale e da altre azioni di recupero, senza che si arrivi ad un aumento del pressione fiscale. Volontà del Legislatore sembra essere un incremento dell’attività di controllo all’evasione tributaria, in linea con quanto già sostenuto negli anni passati. Questo ci offre il giusto assist per tornare su un argomento apparso qualche anno fa sulla scena finanziaria che merita il giusto approfondimento.
Nell’ottica di avvicinarsi sempre più a quell’equità fiscale tanto agognata dal legislatore il provvedimento 3 dicembre 2007, nel dare attuazione alle disposizioni del Dl 203/2005, stabiliva che i Comuni partecipassero all'attività di accertamento fiscale, nell'ambito dell'ordinario contesto operativo di svolgimento delle proprie attività istituzionali, fornendo informazioni suscettibili di utilizzo ai fini dell'accertamento dei tributi.
Le informazioni dei Comuni cui l'Agenzia delle Entrate attribuisce rilievo ai fini della determinazione di maggiori imponibili fiscali riguardano le posizioni soggettive in relazione alle quali sono rilevati e segnalati atti, fatti e negozi che evidenziano, senza ulteriori elaborazioni logiche, comportamenti evasivi ed elusivi "segnalazioni qualificate", con particolare riguardo all'economia sommersa e all'utilizzo del patrimonio immobiliare in evasione delle relative imposte.
Gli ambiti d'intervento rilevanti per le attività istituzionali dei Comuni e dell'Agenzia delle Entrate, individuati dal provvedimento, in fase di avvio della collaborazione amministrativa riguardano:
1.       commercio e professioni
2.       urbanistica e territorio
3.       proprietà edilizie e patrimonio immobiliare
4.       residenze fittizie all'estero
5.       disponibilità di beni indicativi di capacità contributiva.
In sostanza, gli enti locali, attraverso il loro coinvolgimento partecipato, possono realizzare l’ampliamento dell’azione di contrasto all’evasione fiscale trasmettendo all’Agenzia delle Entrate o alla Guardia di finanza apposite “segnalazioni qualificate”, mediante l’utilizzo di canali telematici, costituite da informazioni – non solo anagrafiche, ma anche riguardanti atti e negozi sospetti – relative ai soggetti per i quali sono rilevati e segnalati fatti che evidenziano, senza ulteriori elaborazioni logiche, comportamenti evasivi ed elusivi.
Il raccordo informativo tra i Comuni e l’Agenzia delle Entrate, esteso anche alla Guardia di finanza, in questi ultimi anni è stato notevolmente affinato. Le “segnalazioni qualificate” sono trasmesse all'Agenzia o alla Guardia di finanza tramite il sistema “Siatel v 2.0 – PuntoFisco” in modalità web. In presenza di segnalazioni di contenuto particolarmente complesso, possono essere trasmesse anche tramite supporto cartaceo.
Le segnalazioni inviate dai Comuni sono valutate dagli uffici dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di finanza competenti in relazione al domicilio fiscale del contribuente. Per favorire una efficace interazione, l’Agenzia delle Entrate mette a disposizione dei Comuni i servizi in cooperazione informatica per l’accesso ai dati presenti in Anagrafe tributaria, mediante la stipula di appositi accordi denominati “Convenzioni di cooperazione informatica”, riguardanti i servizi di consultazione on line, i servizi di cooperazione applicativa e quelli di fornitura massiva.
Tramite la consultazione on line, i Comuni possono effettuare interrogazioni relative a informazioni presenti nell'Anagrafe tributaria di tipo anagrafico, reddituale, di registro e riscossione.
Attraverso la cooperazione applicativa, invece, è possibile effettuare l'interazione tra componenti applicative dei Comuni con quelle dell'Agenzia, per l'interscambio automatico di informazioni secondo le modalità previste dal sistema pubblico di cooperazione.

In conclusione, per un’efficace contrasto all’evasione è innegabile l’importante ruolo affidato ai Comuni, anche se ad oggi solo il 7 per cento dei Comuni italiani dà il buon esempio nella lotta all’evasione fiscale. La modalità di trasmissione - esclusivamente in via telematica - consente di tracciare il flusso delle segnalazioni qualificate in funzione della rendicontazione della quota di compartecipazione al gettito. Ricordiamo che la quota, all’origine riconosciuta nella misura del 30% delle maggiori somme relative ai tributi erariali riscossi a titolo definitivo, è stata aumentata al 33% dall’articolo 1 del Dm 23 marzo 2011 e, successivamente, al 50% dall’articolo 2, comma 10, del Dlgs 23/2011, anche in relazione alle somme riscosse a titolo non definitivo, per il triennio 2011/2014, al 100% dal Dl 138/2011. Infine la Legge 23/12/2014, n. 190 – ART. 1, c. 702 (legge di stabilità 2015) Fissa al 55% in via provvisoria per poi essere elevata di nuovo al 100% la quota dei compensi riconosciuta ai Comuni per la partecipazione all’accertamento fiscale per il triennio 2015/2017 dal Dl 192/2014. I Comuni avranno pertanto un guadagno non indifferente derivante dall'attività descritta sul quale poter fare affidamento in un periodo di spending reviews come quello attuale. Potranno inoltre verificare lo stato di lavorazione delle segnalazioni trasmesse e di conoscere l’esito delle stesse in tempo reale.

10 apr 2017

Avendo nei giorni scorsi parlato di ritardo dei Comuni nell’approvazione del piano Tari e le rispettive aliquote, ci preme, non solo sottolineare quello che nell’immediato l’ente si trova a dover affrontare, ovvero la ricezione delle lettere dei Prefetti, che invitano giunte e consigli a procedere in 20 giorni alla chiusura dei bilanci per non incappare nella procedura che porta al commissariamento, ma anche cosa, passata questa prima fase di assestamento si troverà di fronte.

Per approfondire questo tema è necessario rintracciare ed esaminare quella che è la normativa di riferimento. Partiamo con la Legge 27 dicembre 2006, n. 296, all’articolo 1, comma 169, letteralmente, “Gli enti locali deliberano le tariffe e le aliquote relative ai tributi di loro competenza entro la data fissata da norme statali per la deliberazione del bilancio di previsione. Dette deliberazioni, anche se approvate successivamente all'inizio dell'esercizio purche' entro il termine innanzi indicato, hanno effetto dal 1° gennaio dell'anno di riferimento. In caso di mancata approvazione entro il suddetto termine, le tariffe e le aliquote si intendono prorogate di anno in anno.”

Anche la sola analisi di detta norma risulta immediatamente chiara e trasparente. In caso di mancata approvazione entro il termine perentorio stabilito dalle disposizioni statali, le tariffe si intendono prorogate di anno in anno e non si apre nessun margine di manovra circa eventuali e possibili proroghe riferite all’approvazione del bilancio. Tanto risulta evidente quando, parlando di approvazione del medesimo non si specifica tale fattispecie, dunque si presuppone non rilevante ai fini delle aliquote in questione.

Sempre nello stesso ambito applicativo troviamo la Legge 27 dicembre 2013, n. 147, che all’articolo 1, comma 683 statuisce “Il Consiglio Comunale deve approvare, entro il termine fissato da norme statali per l'approvazione del bilancio di previsione, le tariffe della TARI in conformita' al piano finanziario del servizio di gestione dei rifiuti urbani, redatto dal soggetto che svolge il servizio stesso ed approvato dal consiglio comunale o da altra autorita' competente a norma delle leggi vigenti in materia, e le aliquote della TASI, in conformita' con i servizi e i costi individuati ai sensi della lettera b), numero 2), del comma 682 e possono essere differenziate in ragione del settore di attivita' nonche' della tipologia e della destinazione degli immobili.”

Dunque il legislatore rimarca la perentorietà del termine entro cui è necessario approvare tali tariffe, continuando a non occuparsi di possibili proroghe relative al termine dell’approvazione del bilancio, fattispecie tra l’altro questa non straordinaria ma quasi consuetudinaria.
Tanto che nell'ipotesi di delibera fuori termine, soccorre sempre il comma 169, in base al quale, continuano ad applicarsi le delibere adottate per l'anno precedente. Dunque si elimina il potere impositivo dell’atto anche se adottato da giusta delibera.

Inoltre, ai fini dell'efficacia delle delibere, occorre che le stesse siano pubblicate, ovvero inviate telematicamente nell'apposita sezione del Portale del federalismo fiscale entro il termine perentorio del 14 ottobre di ogni anno, affinchè avvenga la relativa pubblicazione entro il 28 ottobre successivo.
Perciò solo in presenza di delibere che abbiano rispettato pienamente questo iter di legge, il contribuente è tenuto ad applicare le relative aliquote in sede di pagamento del saldo.

Concludendo, necessaria è l’approvazione della determina consiliare entro e non oltre il termine fissato dalle norme statali per l’approvazione del bilancio di previsione, non dovendo considerare per l’approvazione delle aliquote alcun tipo di proroga relativa al bilancio. Nell’eventualità venga concessa una dilazione dei termini per l’approvazione del bilancio di previsione, il termine per l’approvazione della delibera per le aliquote Tari rimane invariato. Non riveste carattere sinallagmatico dunque tale proroga, apporterà effetti per il bilancio e non per il piano Tari. Così se si procederà all'approvazione tardiva di dette aliquote, nella fase di invio e pubblicazione sarà il Mef a dichiarare l'illegittimità per inottemperanza dei termini e dunque l'Ente si troverà a dover utilizzare le tariffe approvate legittimamente l'anno passato.

Unica soluzione, a patto che il termine di approvazione del bilancio di previsione sia entro il 31 luglio, è approvare le aliquote anche successivamente, in sede di verifica degli equilibri di bilancio, ai sensi dell'articolo 193, comma 3 del Dlgs n. 267/2000.
Tale facoltà, tuttavia, è esercitabile solo entro il termine per l'approvazione della deliberazione di salvaguardia degli equilibri a condizione che sia riscontrato un disequilibrio di bilancio.
Con l’entrata in vigore del nuovo codice appalti, DLgs 50/2016, relativamente dunque a tutte le procedure negoziali riguardanti le Pubbliche Amministrazioni, si demanda all’Anac, Autorità Nazionale Anticorruzione, l’autonoma adozione di ulteriori atti a carattere generale finalizzati a offrire indicazioni interpretative e operative agli operatori nell'ottica di perseguire gli obiettivi di:



•semplificazione
•standardizzazione delle procedure
•trasparenza ed efficienza dell’azione amministrativa
•apertura della concorrenza
•garanzia dell’affidabilità degli esecutori
•riduzione del contenzioso

L’Anac è chiamata pertanto ad emanare una serie di atti di indirizzo e linee guida e nel dettaglio l’art. 213 ha previsto l’emanazione di una notevole quantità di decreti ministeriali e di linee guida a suo carico, stabilendo anche una specifica tempistica. Nelle more dell’emanazione dei vari decreti, restano comunque in vigore tutta una serie di disposizioni previste dal vecchio Regolamento appalti.
Di seguito riportiamo l’elenco completo delle pubblicazioni in Gazzetta:

1.Linee guida n. 1: indirizzi generali sull'affidamento dei servizi attinenti all'architettura e all'ingegneria. Delibera n. 973 del 14 settembre 2016. Pubblicate nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 228 del 29 settembre 2016
2.Linee guida n. 2: offerta economicamente più vantaggiosa. Delibera n. 1005 del 21 settembre 2016. Pubblicate nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 238 dell’11 ottobre 2016
3.Linee guida n. 3: nomina, ruolo e compiti del responsabile unico del procedimento per l’affidamento di appalti e concessioni. Delibera n. 1096 del 26 ottobre 2016. Pubblicate nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 273 del 22 novembre 2016
4.Linee guida n. 4: procedure per l’affidamento dei contratti pubblici di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, indagini di mercato e formazione e gestione degli elenchi di operatori economici. Delibera n. 1097 del 26 ottobre 2016. Pubblicate nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 274 del 23 novembre 2016
5.Linee guida n. 5: criteri di scelta dei commissari di gara e di iscrizione degli esperti nell’Albo nazionale obbligatorio dei componenti delle commissioni giudicatrici. Delibera n. 1190 del 16 novembre 2016. Pubblicate nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 283 del 3 dicembre 2016
6.Linee guida n. 6: indicazione dei mezzi di prova adeguati e delle carenze nell'esecuzione di un precedente contratto di appalto che possano considerarsi significative per la dimostrazione delle circostanze di esclusione di cui all’art. 80, comma 5, lett. c). Delibera n. 1293 del 16 novembre 2016. Pubblicate nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.2 del 3 gennaio 2017
7.Linee guida n. 7: iscrizione nell'elenco delle amministrazioni aggiudicatrici e degli enti aggiudicatori che operano mediante affidamenti diretti nei confronti di proprie società in house previsto dall'art. 192 del decreto legislativo 50/2016. Delibera n. 235 del 15 febbraio 2017. Pubblicate nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.61 del 14 marzo 2017

Dunque risulta evidente come il Legislatore abbia investito detta autorità di un potere vincolante, necessario diventa pertanto l’uniformità a quanto espresso nelle linee guida per non incorrere in comportamenti elusivi.


Particolare attenzione viene espressa relativamente al sistema di acquisti in rete, portale del mercato elettronico. L’Anac detta principi inviolabili anche per tale disciplina, ai quali i responsabili dei procedimenti devono attenersi scrupolosamente. Ricordiamo brevemente quali sono i principi cardine sui quali si muove il mercato elettronico.

Ai sensi dell'art. 7, comma 2 del D.L. 7-5-2012 n. 52, convertito in legge, con art. 1, comma 1 L. 94/2012, le amministrazioni pubbliche, per gli acquisti di beni e servizi di importo inferiore alla soglia di rilievo comunitario sono tenute a fare ricorso al mercato elettronico della pubblica amministrazione. Il Mercato Elettronico della P.A., MePA è un mercato digitale in cui le Pubbliche Amministrazioni acquistano i beni ed i servizi di cui necessitano da Fornitori abilitati a presentare i propri cataloghi sul sistema. Tutte le Amministrazioni hanno l'obbligo di ricorrere al mercato elettronico per le proprie procedure di acquisto sotto soglia comunitaria.
La normativa prevede che le Amministrazioni devono verificare la presenza sul MePA del bene o servizio che intendono acquistare; solo nel caso in cui il bene o il servizio non risulti disponibile o non sia negoziabile sul MePA, l'amministrazione potrà provvedere all'acquisto utilizzando procedure alternative e rivolgersi a fornitori non presenti sul MePA.  

05 apr 2017

Più di quattro mila sono le amministrazioni che hanno evaso il termine perentorio di adeguamento dei tempi di approvazione dei loro bilanci preventivi. La scadenza del 31 marzo, prorogata in extremis al 30 giugno solo per Province e Città metropolitane alle prese con le incertezze dei conti da affrontare nel decreto enti locali, ha colto impreparati più di della metà delle otto mila pubbliche amministrazioni, con il risultato di sospendere ad ampio raggio le procedure di assunzione e l'indebitamento per investimenti.

Nei Comuni che potremmo definire “ritardatari”, in questi giorni arriveranno le lettere dei Prefetti, che invitano giunte e consigli a procedere in 20 giorni alla chiusura dei bilanci per non incappare nella procedura che porta al commissariamento.


Il Viminale aveva intrapreso una monitorazione circa la condotta delle approvazioni dei bilanci, volendo mettere fine a quello che potremmo definire il cattivo uso delle proroghe. Hanno risposto a tale interrogazione 5.500 Comuni e solo 2.570 hanno spiegato di aver archiviato la questione approvando i preventivi sia in giunta sia in consiglio. Altri 1.392 sono in dirittura d'arrivo, con lo schema di bilancio approvato dall'esecutivo e ora all'esame dell'assemblea, mentre 1.438 hanno spiegato di essere ancora in alto mare. I Comuni italiani, però, sono oggi 7.981, ed è molto probabile che i quasi 2.500 enti che non hanno risposto al monitoraggio del ministero dell'Interno si trovino in larga maggioranza lontano dal traguardo. Un panorama complessivo, quindi, indicherebbe circa 4mila Comuni ancora senza bilancio, oltre ai quasi 1.400 che per ora hanno approvato solo lo schema in giunta.

La risposta del ministero al “ritardo” è lo stop all'indebitamento e alle assunzioni di personale, comprese le stabilizzazioni dei precari, ma non va persa di vista la questione strutturale degli investimenti: senza preventivi approvati la spesa in conto capitale non parte, e proprio per questa ragione il governo spinge a tagliare i tempi.

Visti i numeri però, non si può non rendersi conto di come il problema dell’approvazione e della quadratura dei bilanci sia effettivo, la condizione strutturale di incertezza che caratterizza la finanza locale, che ogni volta fatica a trovare i numeri definitivi di riferimento su cui costruire i bilanci sembra essere una caratteristica focale della disciplina.
Altro punto risulta essere il Fondo Tasi, in realtà, l'accelerata del 2017 è stata netta, con la pubblicazione in dei dati sul fondo di solidarietà comunale, diffusi dal ministero dell'Interno fra il 23 gennaio e il 6 febbraio proprio con l'obiettivo di aiutare i Comuni. Però se tutto questo corrisponde a verità, è anche vero che il Dpcm che ha distribuito la nuova versione del fondo Tasi è arrivato solo a marzo, per non parlare del provvedimento relativo alle intese regionali per distribuire fra gli enti gli spazi finanziari per gli investimenti del pareggio di bilancio. Caso questo, ancora più problematico, dal momento che a rallentare l'iter del decreto verso la «Gazzetta Ufficiale» non è stato il confronto politico, chiuso a inizio dicembre, ma l'iter burocratico tra Corte dei conti e Consiglio di Stato.

Sempre più chiaro sembra essere che il percorso verso la normalizzazione sia ancora lungo a venire, ancora più complesso se non quasi impossibile per quelle realtà territoriali strutturalmente più complicate, come potrebbero essere le regioni a statuto speciale.