NEWS >>>

loginpa

infofisco

microservicepa

15 settembre 2017

LA SOTTOSCRIZIONE A STAMPA SOSTITUISCE QUELLA AUTOGRAFA: QUANDO?

Le Pubbliche Amministrazioni nell’espletamento delle loro funzioni concorrono principalmente alla redazione di atti amministrativi. Tali atti sono il risultato di un complesso e spesso rigido iter procedurale, il quale se non osservato nel dettaglio potrebbe far incorrere lo stesso atto in vizi non sempre sanabili e a volte tali da renderlo nullo.

Tra gli aspetti procedurali che se non rispettati possono determinare la nullità dell’atto amministrativo tributario troviamo quello della sottoscrizione. Occorre specificare che, la sottoscrizione rappresenta un presupposto formale che il provvedimento tributario deve contenere e da cui conseguono rilevanti effetti sostanziali. Pertanto la sottoscrizione deve essere obbligatoriamente apposta dal funzionario responsabile del procedimento.

Nel diritto tributario stesso, assumono particolare rilevanza le conseguenze derivanti dalla mancanza o dal difetto di sottoscrizione degli avvisi di accertamento, in quanto apportano l’assoluta nullità dell’atto. Per quanto esposto, tale adempimento riveste carattere di estrema rilevanza.
Per effetto delle modifiche introdotte dall’articolo 15, comma 7 del Dl 78/2009, può essere sostituita la firma autografa del responsabile nominato, apponendo la firma a stampa nei casi in cui gli atti siano prodotti da sistemi informativi automatizzati. Abbiamo già condotto un’attenta analisi sui principi per i quali si è progressivamente intervenuti su tale aspetto e rivoluzionato la disciplina, nell'articolo "sostituibilità della firma autografa: norme e condizioni".

Ora ci preme unicamente ribadire che gli atti per i quali è possibile procedere con la firma a stampa sono stati definiti con provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 2 novembre 2010, prot. 2010/4114. Si precisa dunque che in base a tale disposizione normativa non tutti gli atti tributari che incidono sulla sfera giuridica del contribuente saranno accompagnati dalla sottoscrizione autografa, potendo l’ufficio sostituirla dall’indicazione a stampa del soggetto responsabile nelle circostanze previste dal provvedimento. Tale facoltà impone però una riflessione conseguente, gli atti individuati dal provvedimento, hanno in qualche modo tutti la stessa fondamentale caratteristica, sono atti prodotti da sistemi informativi automatizzati e derivano dunque da attività a carattere seriale effettuate con modalità di lavoro accentrata.

Ciò pertanto comporta attività istruttorie, per le quali sono previste ragioni di economia di scala ed esigenze di maggiore efficacia ed efficienza nell’utilizzo delle risorse.
L’utilizzo degli strumenti elettronici non è limitata alle fasi dell’iniziativa e dell’istruttoria del procedimento ma consiste nell’elaborazione e nella definizione del contenuto finale dell’atto amministrativo tributario, ciò differenzia altresì dall’elaborazione di quegli atti che necessitano di un processo valutativo da parte dell’Ufficio. E’ dunque chiarificatore la specifica menzione degli “accertamenti parziali” nel contesto dell’articolo 15, comma 7, Del Dl 78/2009, in quanto vengono ricondotti nelle modalità accertative descritte, per le quali gli elementi raccolti non necessitano di approfondimenti da parte del responsabile del provvedimento.

Concludendo, appare evidente come la sostituzione della firma autografa con quella a stampa è legittima solo ed unicamente quando siamo in presenza di atti che mirano all’unicità, alla formazione quindi in serie e emessi grazie ad strumenti elettronici che ne formano così una generazione massiva.

8 settembre 2017

DELIBERE TARDIVE EFFICACIA TEMPORALE

Ai sensi dell’articolo 1, comma 169, della Finanziaria 2007, le delibere comunali devono rispettare il termine per la propria approvazione così come fissato dalla normativa.

Tale disposizione prevede che “Gli enti locali deliberano le tariffe e le aliquote relative ai tributi di loro competenza entro la data fissata da norme statali per la deliberazione del bilancio di previsione. Dette deliberazioni, anche se approvate successivamente all’inizio dell’esercizio purché entro il termine innanzi indicato, hanno effetto dal 1 gennaio dell’anno di riferimento. In caso di mancata approvazione entro suddetto termine, le tariffe e le aliquote si intendono prorogate di anno in anno.”

Dunque sembrerebbe che debbano considerarsi nulle le delibere approvate successivamente a tale termine. A definire tale aspetto normativo è intervenuto il Consiglio di Stato con sentenza 4104/2017 con la quale stabilisce che le delibere cosiddette tardive, cioè approvate dagli enti locali oltre il termine previsto per il bilancio di previsione, non sono da ritenersi invalide, quindi da annullare, ma solo inefficaci per l’anno di riferimento.

L’analisi dell’articolo su menzionato ci porta a considerare altresì che la violazione del termine non determina di per se ed automaticamente l’illegittimità dei regolamenti e degli atti comunali, ma incide solo sul regime di efficacia temporale.

Il rispetto del termine invero, è condizione per l’applicazione delle nuove tariffe o per le nuove aliquote retroattivamente, a partire cioè dal 1 gennaio dell'esercizio di riferimento.
A ciò consegue che le tariffe approvate successivamente al termine stabilito non sono invalide, ma l’unica condizione che risulta preclusa è l’applicazione all'esercizio in corso, dunque la retroattività.

Pertanto come se si verificasse una sospensione di quanto deliberato, gli atti vengono sospesi per l'anno di riferimento, per poi acquisire di efficacia l'anno successivo.

4 settembre 2017

L'EPILOGO DEL MONOPOLIO DI POSTE ITALIANE

La comunicazione è uno dei pilastri della socialità, il grado di sviluppo della comunità umana è direttamente proporzionale alla quantità, all'intensità e alla qualità dei flussi di comunicazione tra i componenti del gruppo sociale. Da ciò deriva che il principale strumento di comunicazione è stato rappresentato nella storia dalla lettera. Grazie a lei si è fondata la coesione sociale e lo sviluppo economico delle organizzazioni sociali. Il progresso tecnologico ha consentito successivamente di affiancare alla spedizione della lettera su supporto cartaceo mezzi di comunicazione più evoluti. Al fine di assicurare ai cittadini la possibilità di comunicare, l'erogazione dei servizi postali è stata realizzata direttamente dagli stati nazionali o da società pubbliche concessionarie in regime di monopolio. In Italia, al Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni nel 1994 nello svolgimento del servizio è subentrata Poste Italiane, prima ente pubblico non economico e successivamente società per azioni.

Il processo di armonizzazione e liberalizzazione del mercato postale, già avviato con la direttiva n. 97/67/CE, successivamente emendata nel 2002 , è stato completato dalla direttiva n. 2008/6/CE. Quest'ultimo intervento, oltre a prorogare al 2011 il completamento del processo di liberalizzazione dei servizi postali, ha imposto agli Stati membri di abolire qualunque forma di monopolio, di riserva e di diritti speciali nel settore postale e di adottare tutte le misure necessarie alla completa apertura del mercato. Pertanto attraverso una graduale riduzione del monopolio riservata alla società concessionaria Poste Italiane, con il decreto legislativo n. 58 del 2011 si è assistito alla piena liberalizzazione. Restavano però affidati in esclusiva a Poste Italiane, per esigenze di ordine pubblico, le notificazioni a mezzo posta degli atti giudiziari e degli atti relativi alle violazioni del Codice della Strada.
Nella direttiva n. 2008/6/CE sembra concedersi spazi agli Stati membri nella scelta del regime al quale assoggettare le attività nel settore postale. Quando viene precisato che "agli Stati membri dovrebbe essere consentito di utilizzare l'autorizzazione generale e le licenze individuali ogniqualvolta ciò sia giustificato e proporzionato all'obiettivo perseguito". Dunque, gli obiettivi da perseguire sono poi indicati all'art. 9 della direttiva postale:

Per i servizi che esulano dal servizio universale, si afferma che gli Stati membri possono prevedere autorizzazioni generali nella misura necessaria per garantire la conformità alle esigenze essenziali, da intendersi come i motivi di interesse generale e di natura non economica che consentono ad uno Stato membro di imporre condizioni in materia di fornitura di servizi postali (articolo 9, paragrafo 1);

Per i servizi che rientrano nell'ambito di applicazione del servizio universale, gli Stati membri possono introdurre procedure di autorizzazione, comprese quelle per il rilascio di licenze individuali, nella misura necessaria per garantire la conformità alle esigenze essenziali e per garantire la fornitura del servizio universale (art. 9, paragrafo 2, primo capoverso).

Dunque, per le autorizzazioni generali l'obiettivo da perseguire è quello di garantire le esigenze essenziali, per le licenze individuali a questo obiettivo si aggiunge la necessità di garantire la fornitura dei servizi ricompresi nell'ambito del servizio universale
Tale direttiva è stata trasposta nell'ordinamento italiano con il decreto legislativo 22 luglio 1999, n. 261, recante "Attuazione della direttiva 97/67/CE concernente regole comuni per lo sviluppo del mercato interno dei servizi postali comunitari e per il miglioramento della qualità del servizio"

Nel sistema delineato dal Legislatore nazionale l'autorizzazione è la categoria generale che ricomprende ogni titolo abilitativo che stabilisce i diritti e gli obblighi specifici nel settore postale e che consente alle imprese di fornire servizi postali e, se del caso, creare ovvero gestire le proprie reti per la fornitura di tali servizi; nell'ambito di tale categoria sono previste due tipologie di titoli abilitativi: la licenza individuale e l'autorizzazione generale.

Come stabilito dal Ddl Concorrenza del 2017 da settembre, cambiano le cose e tutte le notifiche degli atti giudiziari e delle multe potranno essere consegnate anche da operatori privati e non più solo da Poste Italiane. Questa scelta, effetto della liberalizzazione del settore, elimina di fatto l’esclusiva sulle notificazioni di Poste.

Nel dettaglio il provvedimento, articolo 1, comma 57 e 58, elimina dal 10 settembre 2017, il monopolio di Poste Italiane Spa, dunque la norma si pone nell'ottica di un progressivo restringimento della riserva dei servizi postali al fornitore universale, prevedendo la piena equiparazione di tutti i fornitori dei servizi postali.  Il provvedimento, contenuto nella nuova legge annuale per la concorrenza, prevede infatti “il rilascio della licenza individuale” per i servizi riguardanti le notificazioni e comunicazioni di atti giudiziari (ex l. n. 890/1982) nonché quelle riguardanti le violazioni del codice della strada. Il testo di legge prevede che, entro 90 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento, l’Agcom, sentito il ministero della Giustizia, debba determinare gli specifici requisiti e gli obblighi per il rilascio delle licenze individuali relative ai servizi di notifica degli atti giudiziari e delle multe. Contestualmente, dovranno essere fissati i requisiti relativi “all’affidabilità, professionalità e onorabilità” necessari per il rilascio delle licenze stesse.

Dunque, torniamo a parlare della "licenza individuale", per l'offerta al pubblico di servizi postali non riservati che rientrano nel campo di applicazione del servizio universale e sottolineiamo nuovamente che tale condizione si discosta dall''"autorizzazione generale", relativa altresì all'offerta di servizi non rientranti nell'ambito del servizio universale. 

A partire dal 10 settembre, dunque, multe e notifiche degli atti giudiziari non saranno consegnati solo dai postini, ma anche da altri operatori, e le notifiche saranno valide a tutti gli effetti. Ne consegue che verranno meno anche tutte le sentenze che avevano sancito sinora la nullità delle consegne effettuate da servizi privati e vengono eliminati i dubbi interpretativi sorti essendosi diffusa l’opinione che anche la nuova versione dell’articolo 4 del Dlgs 261/99, in vigore dal 30 aprile 2011, non consenta alle agenzie private di effettuare la raccomandata degli avvisi di accertamento e in genere di atti tributari, poiché riservate a Poste Italiane. Sul punto la giurisprudenza è apparsa piuttosto oscillante: da una parte si è sostenuto che le poste private sono autorizzate alla notifica di atti amministrativi, compresi gli accertamenti Ici (Ctr Campania n. 4417/2015); dall’altra parte è stata invece ritenuta inesistente la notifica degli avvisi di accertamento effettuata con corriere privato (Ctr Foggia n. 2463/2016).

Dunque con l’apertura al mercato del servizio di notifica a mezzo posta degli atti giudiziari e delle violazioni del codice della strada viene anche legittimata la notifica degli avvisi di accertamento a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, apportando considerevoli risparmi agli enti locali.

22 agosto 2017

I BIG DATA SONO IL TESORO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

La Pubblica Amministrazione, progredendo nella digitalizzazione delle proprie attività e dei propri rapporti con il cittadino, già dispone e sempre più disporrà di una mole e di una varietà crescente di dati, che metterà sempre più a valore: i dati raccolti da Agenzia delle Entrate e dall'Agenzia del territorio, i dati del proprio funzionamento e dei servizi erogati, i dati della contabilità, i dati dei tributi locali…. 

Tuttavia, per adottare un modello organizzativo basato sulla Data Driven Decision, la P.A. avrà bisogno di un forte investimento sullo sviluppo di competenze oggi mancanti o carenti. Verranno inoltre inserite nell'Amministrazione figure professionali oggi il più delle volte assenti, come il Data Manager.

Per agevolare questo processo è stato creato e sviluppato LOGINPA, software innovativo per la gestione, trattamento, consultazione ed interrogazione dei BIG DATA della PA, facilitatore che consente agli operatori senza le competenze del Data Manager di svolgere le funzioni accelerando lo sviluppo dell’infrastruttura digitale e promuovere i processi digitali alimentando l’innovazione, stimolando una crescita economica più “intelligente” basata sull'informazione e sulla conoscenza.

LoginPa persegue l’obiettivo prioritario della modernizzazione dei rapporti tra Pubblica Amministrazione, cittadini e imprese, attraverso azioni coordinate.
La piattaforma nasce con l’obiettivo di creare un rapido accesso tramite browser a tutti i dati disponibili nell'Ente.
LoginPa è riuscito a rendere ricorrente il processo di acquisizione e organizzazione dei dati grezzi in possesso della Pa ed in base alle finalità preposte, estrarne quindi “valore” utilizzandoli per sviluppare modelli volti alla creazione di policy e strumenti di decisione basati sull'osservazione effettiva della realtà. 
LoginPa è un Applicativo Web Browser innovativo per la gestione, il trattamento, la consultazione e l’ interrogazione dei Big Data della Pubblica Amministrazione. 
LoginPa ha raccolto tutte quelle informazioni presenti nelle banche dati dell’Ente Locale, come il catasto, i dati dell’agenzia dell’entrate, i Tributi Locali e l’Anagrafe integrandole con la cartografia del comune all'interno di Google Maps e con la sovrapposizione del piano regolatore.

Tutti i dati a disposizione delle pubbliche amministrazioni sono quindi confluiti in un’unica piattaforma accessibile da qualsiasi browser.

Con un click, in modo intuitivo e semplice, gli operatori delle Pubbliche Amministrazioni potranno accedere rapidamente a tantissimi dati finora difficili da rintracciare e consultare.
Così LoginPa è volto a ripensare alcune tradizionali problematiche metodologiche allo scopo di adattare la specificità delle nuove fonti di Big Data lungo il ciclo di vita dei processi statistici e decisionali e sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie disponibili per il trattamento di grandi masse di dati, tipicamente molto diversificate in termini di varietà e velocità.

Il ricorso a questa metodologia potrebbe essere utile per affrontare i problemi connessi all'efficienza dell’amministrazione pubblica.

L’esigenza di disporre di dati sempre più abbondanti e di qualità superiore, se da una parte si sta quindi rivelando determinante per soddisfare esigenze di conoscenza dei fenomeni sociali ed economici di una società sempre più complessa e per rendere sostenibile il costo delle indagini - soggette a forti limitazioni dalle pressioni di bilancio e dai costi associati agli oneri di risposta - dall’altra comporta la non facile risoluzione di questioni oltre che sul fronte tecnico, anche su quello metodologico ed organizzativo.

I Big Data, grazie a LOGINPA, acquistano così un reale valore.

9 agosto 2017

DIFENDERSI O REDIGERE UN RICORSO PRESSO LA COMMISSIONE TRIBUTARIA


A volte può succedere di incappare nell'ipotesi di ricorso alla Commissione Tributaria da parte del contribuente successivamente alla ricezione dell'atto di accertamento.

La contestazione di una pretesa dell’Ente inizia con l’impugnazione, ossia con la proposizione del ricorso alla Commissione territoriale di primo grado, per l'appunto provinciale. E' questo l'atto di impulso del processo tributario, per il quale sono possibili due gradi di giudizio di merito, Commissione tributaria provinciale e regionale ed uno di legittimità dinanzi alla Corte di Cassazione.

In particolare appartengono alla giurisdizione tributaria le controversie riguardanti i tributi di ogni genere e specie, compresi quelli regionali, provinciali e comunali, il canone sulla pubblicità e il diritto sulle pubbliche affissioni, il contributo per il Ssn, le sovraimposte e le addizionali, le relative sanzioni, nonché gli interessi e ogni altro accessorio. A differenza appartengono al giudice ordinario le controversie riguardanti i contributi previdenziali ed assistenziali.

Tra gli atti impugnabili emessi dagli enti locali, troviamo gli avvisi di accertamento dei tributi, i provvedimenti che irrogano le sanzioni (atti di contestazione o irrogazione), il rifiuto espresso o tacito della restituzione di tributi non dovuti, il diniego o la revoca di agevolazioni, o il rigetto di domande di definizione agevolata di rapporti tributari. 

Nel dettaglio il ricorso deve essere intestato alla Commissione tributaria cui è diretto, contenere le generalità del ricorrente e del suo legale rappresentante, della relativa residenza o sede legale o del domicilio eventualmente eletto nel territorio dello Stato, nonché del codice fiscale e dell’indirizzo di posta elettronica certificata; dell’Ufficio nei cui confronti è proposto; dell’atto impugnato e dell’oggetto della domanda; dei motivi. Esso deve essere sottoscritto dal difensore e contenere l’indicazione: della categoria alla quale appartiene il difensore (novità introdotta con il decreto 156/15); dell’incarico, salvo che il ricorso non sia sottoscritto personalmente; dell’indirizzo di posta elettronica certificata del difensore. Tutto quello sopra descritto ha esigenza di valere sia per il ricorso della parte attrice che per le controdeduzioni che devono valere come memorie difensive della parte convenuta, generalmente l'Ufficio tributi dell'Ente.

Le indicazioni sopra descritte sono a pena di inammissibilità, pertanto se mancano del tutto o sono incerte l’indicazione della Commissione tributaria, del ricorrente o del suo legale rappresentante, della controparte, dell’atto impugnato, dell’oggetto della domanda e dei motivi il ricorso verrà dichiarato inammissibile. È inoltre inammissibile se manca la sottoscrizione del difensore (ovvero della parte nel caso in cui stia in giudizio personalmente). Esistono poi omissioni che determinano la sola irregolarità dell’atto e sono l’omissione dell’indirizzo Pec o del codice fiscale del difensore comportano. Questo però non pregiudica la validità e l’efficacia dell’atto, ma può comportare l’applicazione delle sanzioni (aumento della metà del contributo unificato) previste nel caso in cui l’irregolarità non venga sanata.

Proceduto alle formalità della redazione di tale atto, si deve adempiere al deposito alla Ctp competente, ma a tal proposito dobbiamo citare l'istituto del reclamo/mediazione. Tale istituto agisce in questo arco temporale, o meglio, notificato il ricorso/reclamo, così detto perchè produce gli effetti prima dell'uno e solo successivamente a termini scaduti dell'altro, l'Ente ha 90 giorni di tempo per poter procedere alla procedura ella mediazione, così disciplinata e aggiornato dall'art. 17 bis Dlgs 156/2015. Potrà dunque non tenere in considerazione la proposta con la nuova rideterminazione della pretesa, potrà accoglierla o rideterminarne una nuova, tutto ciò redigendo un verbale di mediazione e procedendo come già asserito ai sensi dell'art. 17 bis del Dlgs 156/2015.

Successivamente, trascorsi dunque i 90 giorni, se la parte volesse dar seguito al ricorso, producendone così gli effetti, entro 30 giorni, dovrà depositarsi un originale o una copia presso la Ctp competente. E’ con questo concluso tutto l’iter procedurale della fase pre-contenzioso. A questo seguirà l’udienza e la relativa sentenza con la quale il giudice statuirà circa la richiesta proposta dalla parte attrice.

Solo successivamente al deposito della sentenza assisteremo alla possibile impugnazione della stessa che darà luogo pertanto al giudizio dinnanzi la Commissione regionale, passando poi se le parti lo ritenessero necessario per la Suprema Corte.

Si è così riassunto e schematizzato quella che è la prassi relativa al contenzioso tributario. Le varie fasi e soprattutto gli adempimenti necessari per impostare quello che è un corretto ricorso avverso un atto preteso dall’ente impositore, e quelle che sono le procedure da adottare in difesa di tale atto.

7 agosto 2017

CHI INQUINA PAGA: TARSU E SUPERFICIE TASSABILE, LA UE NE CONFERMA LA LEGITTIMITÀ

La Tarsu utilizza un metodo di calcolo basato sulla superficie degli immobili, il decreto legislativo 507 del 15 novembre 1993, ha previsto, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. L'applicazione di questa tassa è delegata dallo Stato centrale, alle istituzioni comunali presenti nel territorio nazionale. Essa segue il costo complessivo del servizio di raccolta, con incorporato il relativo smaltimento del pattume, prendendo come criterio di riferimento la superficie di qualsiasi locale adibito ad uso abitativo o commerciale, che generano rifiuti o comunque suscettibili alla produzione degli stessi.

La superficie catastale ai fini tarsu non è altro che una superficie fittizia, determinata secondo precisi parametri dettati dal dpr del 23 Marzo 1998 n° 138. Il suo calcolo non è semplicissimo in quanto vengono presi in considerazione determinati fattori. Dico che si tratta di una superficie fittizia in quanto non è la superficie catastale che viene riportata in visura e nemmeno la superficie dei poligoni omogenei “docfa”. Per il calcolo dell’80% della superficie catastale ai fini tarsu i Comuni debbono scaricare i dati dal “Portale dei Comuni” denominati “Dati per TARSU” che contengono la suddivisione in poligoni omogenei dell’unità immobiliare.

Tanto è stato detto su tale metodo di calcolo, questioni giurisprudenziali e innumerevoli interventi del legislatore che hanno però sempre confermato e ribadito la piena legittimità di tale procedimento. Il metodo di calcolo della Tarsu basato sulla superficie degli immobili è stato inoltre dichiarato conforme al principio comunitario “chi inquina paga” in quanto, pur essendo un metodo presuntivo, è ammessa comunque la possibilità, per il contribuente, di fornire la prova contraria. Questo è quanto emerge dall'ordinanza della Corte di Cassazione n. 17498/2017, in cui si evidenzia, in particolare, che il criterio di calcolo adottato per la Tarsu non è di per sé contrario ai principi comunitari in quanto l'unico limite posto dalla normativa europea alla discrezionalità delle autorità nazionali è il divieto di regimi d'imposizione che si fondano su presunzioni legali che non ammettono prova contraria.

Difatti, l’oggetto delle dispute intorno a tale materia appare esse
re sempre il metodo di calcolo utilizzato per la determinazione delle tariffe, ma punto focale rimane quello per cui la disciplina contenuta nel Dlgs 15 novembre 1993 n. 507 non contrasta con il principio comunitario “chi inquina paga”, sia perché consente la quantificazione del costo di smaltimento sulla base della superficie degli immobili posseduti, sia perché, pur facendo applicazione di regimi presuntivi, consente ampia prova contraria. Tale orientamento ritiene risolutive, ai fini di una valutazione circa la conformità della disciplina nazionale ai principi eurounitari, due sentenze della Corte di Giustizia europea secondo cui, poiché molto spesso risulta difficile e persino oneroso determinare il volume esatto di rifiuti urbani conferito da ciascun detentore, ricorrere a criteri basati sulla capacità produttiva dei detentori, calcolata in funzione della superficie dei beni immobili che occupano, nonché della loro destinazione e/o sulla natura dei rifiuti prodotti, può consentire di calcolare i costi dello smaltimento e ripartirli tra i vari detentori. Per cui, sotto tale aspetto, la normativa nazionale che prevede una tassa calcolata in base ad una stima del volume dei rifiuti generato e non sulla base del quantitativo effettivamente prodotto, non può essere considerata in contrasto con la direttiva europea.


Pertanto il metodo di calcolo basato sulla superficie dell'immobile posseduto non è, di per sé, contrario al principio “chi inquina paga”. Il limite posto dalla Corte di Giustizia alla discrezionalità delle autorità nazionali, largamente applicato dalla giurisprudenza comunitaria in materia fiscale, è quello secondo cui non sono ammessi regimi d'imposizione i cui fatti costitutivi si fondano su presunzioni legali che non ammettono prova contraria. Secondo la Suprema Corte, le autorità nazionali dispongono di un'ampia discrezionalità nella differenziazione delle tariffe tra categorie di detentori, purché non venga fatto carico ad alcuni di costi manifestamente non commisurati ai volumi o alla natura dei rifiuti da essi producibili.

2 agosto 2017

PARCHEGGIO A PAGAMENTO: TOSAP SI O NO?

Quanto precedentemente affermato in relazione alla tassa per l'occupazione dei spazi pubblici, comunemente detta Tosap trova conferma anche nel caso di specie che affronteremo in queste righe.

Esiste una particolare condizione che opera tra Amministrazione comunale e privati che esercitano impresa in relazione alle aree di parcheggio di proprietà del comune stesso. Come previsto dalla normativa gli stalli concessi per il servizio di parcheggio a pagamento potenzialmente dovrebbero essere esenti dal pagamento del tributo in quanto di proprietà dell’Ente locale, in concreto però subiscono delle alterazioni ai fini della concessione stessa.

La giurisprudenza appare ad oggi unitaria nello stabilire che il concessionario paghi e assolva quindi al versamento del tributo obbligatorio per l'occupazione del suolo pubblico, nonostante la proprietà demaniale.

Principio cardine è l’occupazione del suolo pubblico e il vantaggio del singolo a discapito della collettività; il privato, anche detto concessionario, nel sottoscrivere un contratto con il quale in qualche modo acquisisce l’uso di tali stalli che per natura sono di pubblico utilizzo ne assimila anche i "doveri" pertanto la relativa tassazione.

La tesi si basa sul concetto dell’occupazione di un’area pubblica, destinata a parcheggio dall’ente proprietario, mediante concessione, alla quale va assoggettata la tassazione in capo al concessionario, con riferimento all’area in forza della concessione stessa. Includendo anche il principio per il quale la predeterminazione delle tariffe di parcheggio e gli oneri gravanti sul concessionario non valgono ad escludere lo specifico vantaggio di quest’ultimo, egli difatti con la gestione del parcheggio esercita attività d’impresa, ovviamente ai fini di lucro.
Pertanto la tassazione appare evidentemente dovuta dal concessionario ai sensi dell’articolo 45, comma 6 del Dlgs 507/1993, decreto istitutore della Tosap.

Molteplici sono le sentenze che confermano tale orientamento, per citarne alcune: Cass. 16944/2012, Cass. 17124/2012, Cass. 17084/2012, Cass. 17591/2009, Cass 1481/2005, Cass. 238/2004. 

C'è però una fattispecie che potremmo far confluire in una sotto categoria di tale genere, si tratta di un sottilissimo cavillo tecnico-giuridico relativo alla tipologia del contratto stipulato tra l’Ente e il privato concessionario. In tal caso ci si discosta dall'idea predetta del privato che utilizza nel proprio interesse in convenzione con il Comune l’area. Quando il contratto che connette al Comune il privato ha ad oggetto la gestione di parcometri elettrici per la disciplina e l'esazione delle tariffe per la sosta di autovetture, la rimozione dei veicoli e la custodia dei veicoli rimossi, non si configura come una vera e propria concessione di utilizzo degli stalli, bensì appare un appalto di servizi di gestione.

Si dimostra che nel caso descritto si vuol dare seguito alla norma così esposta dagli articoli 38 e 39 del Decreto 507/1993, nei quali si afferma che il presupposto impositivo della tassa è costituto dalle occupazioni, di qualsiasi natura appartenenti al demanio pubblico, che comporti effettiva sottrazione della superficie all’uso pubblico.

In tal caso, l'occupazione del suolo ad uso del privato sembrerebbe non configurarsi in quanto, non rileva alcuna sottrazione al pubblico utilizzo. Quando si concede al privato la sola gestione del servizio, con il potere di esazione delle somme dovute dai singoli per l’uso, quale parcheggio dei loro veicoli, dell’area pubblica a ciò destinata dal Comune si intende un occupazione temporanea, ad opera del singolo e non della concessionaria, che pertanto non sottrae al pubblico uso l’area, come anche statuito dalla Suprema Corte con Ordinanza n.18102 del 21/7/2017.
Quindi viene a mancare il presupposto impositivo della tassazione e avuto riguardo dell’esenzione prevista per gli enti territoriali non è dovuto alcun versamento per tali aree.

Appare evidente come tutto ruota intorno al concetto intrinseco dell’occupazione del suolo pubblico, nello specifico, sulla modalità di tale occupazione. Ratio del tributo.
Pertanto, si conferma tesi maggioritaria giurisprudenziale il pagamento obbligatorio della Tosap per le aree di parcheggio in concessione in quanto il concessionario dispone a pieno di tali aree. Tenendo sempre però ben fissa la particolare situazione del gestore di servizi, in quanto agisce come mero sostituto dell'Ente e non ne ha la piena disponibilità, altresì non si configura la passività dell'imposta.

1 agosto 2017

LA TOSAP E IL DLGS 507/1993

Non poche controversie ha dato luogo la tassa per l’occupazione del suolo pubblico, denominata Tosap, Tassa non tra le più “amate” e soprattutto ben intese. Pertanto occupiamoci in primo luogo di definire con esattezza i campi di applicazione di tale tributo e la disciplina che la regola. Per inteso si tratta della tassa dovuta quando un soggetto occupa un’area che appartiene al territorio di un ente locale. Tributo a favore dei Comuni e delle Province, che colpisce le occupazioni di qualsiasi natura effettuate sui beni appartenenti al demanio e al patrimonio indisponibile dei Comuni e delle Province, ovvero appartenenti a privati, sui quali, però, risulti costituita, ai sensi di legge, servitù di pubblico passaggio.

L’art. 38 del D. Lgs. n. 507/93, disciplina nel dettaglio la regolamentazione della tassa, indica analiticamente tutti i tipi di occupazione la cui esistenza fa sorgere, in capo al soggetto passivo, l’obbligo di versare la Tosap. "Sono soggette alla tassa le occupazioni di qualsiasi natura, effettuate, anche senza titolo, nelle strade, nei corsi, nelle piazze e, comunque, sui beni appartenenti al demanio o al patrimonio indisponibile dei comuni e delle province. Sono, parimenti, soggette alla tassa le occupazioni di spazi soprastanti il suolo pubblico, di cui al comma 1, con esclusione dei balconi, verande, bow-windows e simili infissi di carattere stabile, nonche' le occupazioni sottostanti il suolo medesimo, comprese quelle poste in essere con condutture ed impianti di servizi pubblici gestiti in regime di concessione amministrativa. La tassa si applica, altresi', alle occupazioni realizzate su tratti di aree private sulle quali risulta costituita, nei modi e nei termini di legge, la servitu' di pubblico passaggio. Le occupazioni realizzate su tratti di strade statali o provinciali che attraversano il centro abitato di comuni con popolazione superiore a diecimila abitanti sono soggette all'imposizione da parte dei comuni medesimi. Sono escluse dalla tassa le occupazioni di aree appartenenti al patrimonio disponibile dei predetti enti o al demanio statale...".
Si definisce centro abitato a rigore dell'articolo 3 del Codice della Strada, l'insieme di edifici, delimitato lungo le vie di accesso dagli appositi segnali di inizio e fine. Per insieme di edifici si intende un raggruppamento continuo, ancorchè intervallato da strade, piazze, giardini o simili, costituito da non meno di venticinque fabbricati e da aree di uso pubblico con accessi veicolari o pedonali sulla strada.

La ratio della norma ha il suo fondamento nella limitazione che per la collettività, l’occupazione di una data area pubblica, comporta il ridotto godimento di quello spazio occupato, tale limitazione deve essere pertanto oggetto di tassazione. La Tosap nel dettaglio colpisce l’occupazione di spazi appartenenti a beni demaniali o al patrimonio indisponibile degli enti locali, come strade, corsi, piazze, aree private gravate da servitù di passaggio (ossia la limitazione, imposta al proprietario, del godimento del bene a favore di altri, in tal caso il passaggio di altri sull’area privata), spazi sovrastanti e sottostanti il suolo pubblico, comprese condutture e impianti, zone acquee adibite all’ormeggio di natanti in rivi e canali, esattamente come descritto dalla norma.

Si considera passo carrabile quel manufatto, costituito generalmente da listoni di pietra, marmo od altri materiali o da appositi intervalli lasciati sui marciapiedi o, comunque, da una modifica del piano stradale intesa a facilitare l’accesso dei veicoli alla proprietà privata. Nella zona antistante gli stessi pertanto, vige il divieto di sosta, segnalato con l’apposito segnale del Regolamento di esecuzione del Codice della Strada.

Nella categoria dei Passi Carrabili sono da comprendere, a titolo esemplificativo e senza previsione di esaustività, quelli generalmente costituiti:

a) dallo smusso del marciapiede e dall’avvallamento dello stesso;
b) dal semplice smusso del marciapiede;
c) dalla copertura di un fosso con ponticello;
d) da una modifica ben visibile del piano stradale;
e) da un manufatto che occupa l’area pubblica;
f) dall’interruzione del marciapiede;
h) dall’interruzione di un’aiuola.

Spetta poi ai comuni ed alle provincie emanare un regolamento che, in ottemperanza alle norme in materia di finanza locale, disciplini le modalità di attuazione e di riscossione della tassa, nonché le eventuali condizioni di esonero. Tale regolamento dovrà includere le seguenti caratteristiche:

le procedure per il rilascio, il rinnovo e la revoca degli atti di concessione;
la classificazione in categorie di importanza delle strade, aree e spazi pubblici;
la tariffa determinata in base alla classificazione di cui al secondo punto, all’entità dell’occupazione (metri quadrati o metri lineari), al valore economico della disponibilità dell’area e del sacrificio imposto alla collettività, con la previsione di moltiplicatori per specifiche attività, in relazione alle modalità di occupazione;
le modalità e i termini di pagamento del canone;
la previsione di eventuali agevolazioni per particolari occupazioni;
la determinazione forfetaria del canone, per le occupazioni permanenti con cavi, condutture e altri manufatti, realizzate da aziende di erogazione di pubblici servizi e relative attività strumentali;
la previsione di un’indennità pari al canone maggiorato fino al 50%, per le occupazioni abusive;
la previsione di sanzioni amministrative pecuniarie.

Altra condizione dell’art. 42 del D. Lgs. n. 507/1993, è quella per cui si prevede la suddivisione delle occupazioni in due categorie: Occupazioni permanenti, in questo caso la tassa si riferisce ad anni solari interi e occupazioni temporanee dove la tassa si riferisce ai giorni dell’occupazione ed è, inoltre, commisurata in rapporto alla durata dell’occupazione nell’arco della giornata.

Come ogni tributo valevole di obbligatorietà di versamento corrisponde la speciale disciplina delle esenzioni, queste però sono alquanto limitate e circoscritte a particolari condizioni.
E’, infatti, previsto che non siano soggetti all’imposta: lo Stato e gli enti locali, quali regioni, Province, Comuni; gli enti religiosi, per le occupazioni connesse a fini di culto e gli enti non commerciali aventi finalità educative, sociali, previdenziali. E’ proprio dall’esenzione relativa alla prima categoria di soggetti che derivano non poche sentenze di varie commissioni tributarie che poi sono state spinte fino alla Suprema Corte che però avremo modo di approfondire negli articoli successivi.

31 luglio 2017

ATTI IN RETTIFICA: REVOCA PARZIALE DELL’ATTO ORIGINARIO

Allacciandoci ai precedenti articoli sull'autotutela comprendiamo come è sicuramente frequente e comunque possibile che l’Amministrazione, in corso di giudizio o nell'espletamento dell’ordinaria attività amministrativa si trovi di fronte all'esigenza di dover modificare e pertanto annullare o rettificare taluni fra gli atti emessi dallo stesso Ufficio.

Capita invero che si riscontri l’esigenza di dover diminuire la pretesa tributaria inizialmente imputata con un generico avviso di accertamento, così, nella piena facoltà di intervenire in autotutela ad esempio, l’ufficio apporti all'atto originario una revoca parziale. Revoca che ai fatti corrisponde in una mera modifica dell’importo dunque, giammai degli effetti dell'avviso emesso.

A tal proposito rammentiamo che la rettifica di un atto amministrativo consiste nell'eliminazione di errori ostativi o materiali in cui l’amministrazione sia incappata, di natura non invalidante ma che diano luogo a mere irregolarità. Di conseguenza il provvedimento in rettifica è espressione di un ulteriore atto di contenuto identico al precedente ma corretto dai suoi vizi. 

Le azioni quindi si sostanziano in due momenti, il ritiro dell’atto impositivo originario e la successiva emanazione dell'atto con le modifiche apportate, ma identico nel contenuto.

Tale facoltà di rettifica è ravvisabile nel potere di sostituzione, meglio conosciuto come autotutela sostitutiva, che viene a compiersi ogniqualvolta l’atto originario non deve necessariamente essere annullato, ma semplicemente “rimpiazzato” da altro corrispondente. L’avviso di accertamento emesso in sostituzione, viziato da errore materiale evidente, non costituisce dunque espressione del potere di autotutela integrativa, ed è esperibile anche in assenza di sopravvenuti nuovi elementi che danno facoltà all'Ufficio di muovere le proprie tutele.

Appare pertanto più che condivisibile l’orientamento giurisprudenziale che viene confermato dalla Suprema Corte con sentenza 17516 del 14 Luglio scorso, andando ad ingrossare il già ampio bacino di sentenza aderenti allo stesso principio (cass. civ. 11699/2016, cass. civ. 22019/2014, cass. civ. 21567/05, cass. civ. 12814/2000) per il quale, la modificazione in diminuzione della pretesa originaria - proprio perché non mira ad identificare una pretesa tributaria "nuova" rispetto a quella precedente - si risolve in una mera riduzione e, quindi, in una revoca parziale del relativo avviso di accertamento e non richiede necessariamente la formalizzazione in atto impositivo integralmente sostitutivo del precedente. Ne consegue che è errato ritenere che l'emanazione degli avvisi in rettifica possa determinare la caducazione degli avvisi di accertamento originari.

Anche se viene a dichiararsi che non è necessario la formalizzazione di atto sostitutivo non dobbiamo farci trarre in inganno, infatti, quello che si sostiene anzitutto è che l'avviso di accertamento successivamente notificato rappresenta espressione del potere di autotutela e non di integrazione o modifica in aumento, ex art.43 comma 3 DPR 600/1973 dell'Amministrazione finanziaria, implicante l'eliminazione di un precedente atto, illegittimo, e la sua contestuale sostituzione con un nuovo provvedimento.


Pertanto, l’atto in rettifica non annulla il precedente ne modifica o integra alcuna parte, andando così a modificarne gli effetti. L’atto in rettifica è copia esatta, riproduzione fedele di quello che fu, pertanto non smette di essere efficace o viene disconosciuto dall'Ufficio, al contrario esso ha solo rettificato, dunque revocato una parte di esso. In tal caso, la diminuzione della pretesa tributaria equivale all'errore materiale, non invalidante, in cui l'Ufficio pare essere incappato.

Potremmo concludere che l’atto rettificato in realtà si sostanzia nello stesso atto originario, non se ne sostituisce nuovo all'originario, ne viene solo parzialmente revocata una parte. Parte che rimane elemento dell'avviso precedente.

25 luglio 2017

SOCIETA' AGRICOLE COME L'IMPRENDITORE AGRICOLO PROFESSIONALE

Ci troviamo nuovamente ad affrontare la disciplina dell’esenzione Imu sui terreni condotti e/o posseduti da imprenditori agricoli e coltivatori. Analizziamo però l’intera materia partendo da quelli che sono i cardini normativi che hanno dato vita a tutto l’iter legislativo che negli ultimi anni ha contribuito a riempire ed affollare le aule delle Commissioni tributarie.
La legge 5 marzo 2001, n. 57 recante “Disposizioni in materia di apertura e regolazione dei mercati”, collegato alla manovra di finanza pubblica per il 2000, sancisce al Capo II la previsione di una delega al Governo finalizzata alla modernizzazione del settore dell’agricoltura, delle foreste, della pesca e dell’acquacoltura. Questo è senza alcun dubbio il punto dal quale partire per un’analisi normativa e strutturale che ci proponiamo di affrontare nelle righe che seguono.
Così sono tre i decreti legislativi che hanno fatto seguito a questa previsione, tutti pubblicati nel Suppl. Ord. n. 149 alla G.U. n. 137 del 15 giugno 2001:
1) Il D. Lgs. 18 maggio 2001, n. 226: Orientamento e modernizzazione del settore della pesca e dell'acquacoltura, a norma dell'articolo 7 della legge 5 marzo 2001, n. 57.
2) Il D. Lgs. 18 maggio 2001, n. 227: Orientamento e modernizzazione del settore forestale, a norma dell'articolo 7 della legge 5 marzo 2001, n. 57.
3) Il D. Lgs. 18 maggio 2001, n. 228: Orientamento e modernizzazione del settore agricolo, a norma dell'articolo 7 della legge 5 marzo 2001, n. 57.
Al D.Lgs. n. 228 del 2001 ha fatto seguito il D. Lgs. 29 marzo 2004, n. 99, successivamente modificato dal D. Lgs. 15 giugno 2005, n. 101, il quale ha portato rilevanti novità che noi ricondurremo a quelle che appaiono più significative per la nostra analisi:
a) ha introdotto nel nostro ordinamento la figura dell´ “imprenditore agricolo professionale (IAP)”, che ha sostituito la previgente figura di "imprenditore agricolo a titolo principale", al fine dell´applicazione della normativa relativa al settore agricolo;
b) ha esteso tale qualifica anche alle società, e ha affidato alle Regioni l’accertamento e la certificazione del possesso dei requisiti per accedere alle provvidenze previste dalla normativa statale in materia di agevolazioni fiscali e previdenziali.
E’ inoltre con questa ultima revisione che si conclude la riforma agricola in coerenza con la politica agricola dell’Unione Europea.

Dunque, il decreto legislativo n. 228 del 2001 ridefinisce, all’articolo 1, comma 1, la nozione civilistica di imprenditore agricolo, sostituendo l’articolo 2135 del Codice civile. Secondo il nuovo articolo 2135: "1. E' imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse. 2. Per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine. 3. Si intendono comunque connesse le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall'allevamento di animali, nonchè le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l'utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell'azienda normalmente impiegate nell'attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge".

Con la nuova definizione di imprenditore agricolo il legislatore ha, dunque, inteso ricomprendere nell’area dell’impresa agricola ogni attività basata sullo svolgimento di un intero ciclo biologico ovvero di un fase essenziale del ciclo stesso.
Nell’ottica di completamento del processo di modernizzazione del comparto agricolo, si fa strada l’introduzione nel nostro ordinamento della figura, di derivazione comunitaria, dell’“imprenditore agricolo professionale”. L’imprenditore agricolo professionale (IAP) “colui il quale, in possesso di conoscenze e competenze professionali ai sensi dell'articolo 5 del regolamento (CE) n. 1257/1999 del Consiglio, del 17 maggio 1999, dedichi alle attività agricole di cui all'articolo 2135 del codice civile, direttamente o in qualità di socio di società, almeno il cinquanta per cento del proprio tempo di lavoro complessivo e che ricavi dalle attività medesime almeno il cinquanta per cento del proprio reddito globale da lavoro”.

Dunque due sono i requisiti essenziali: 
a) che venga dedicata all’attività agricola almeno il 50% del proprio tempo di lavoro complessivo; 
b) che si ricavi dalle attività svolte almeno il 50% del proprio reddito globale da lavoro.

Nell’intento di superare le precedenti interpretazioni che limitavano il riconoscimento della qualifica di imprenditore agricolo alla sola persona fisica, la legge di orientamento 5 marzo 2001 n. 57 e le disposizioni di cui all’art. 10 del D. Lgs. n. 228/2001, hanno esteso tale riconoscimento anche alle persone giuridiche. L’articolo 1, comma 3 del D. Lgs. n. 99/2004 ha previsto le seguenti condizioni affinchè le società vengano considerate imprenditori agricoli professionali:
a) nel caso di società di persone, qualora almeno un socio sia in possesso della qualifica di imprenditore agricolo professionale (per le società in accomandita la qualifica si riferisce ai soci accomandatari);
b) nel caso di società cooperative, ivi comprese quelle di conduzione di aziende agricole, qualora almeno un quinto dei soci sia in possesso della qualifica di imprenditore agricolo professionale;
c) nel caso di società di capitali, quando almeno un amministratore sia in possesso della qualifica di imprenditore agricolo professionale.

Analizzata tale condizione vediamo come per analogia devono considerarsi parte delle agevolazioni inerenti i fondi coltivati anche tali categorie, a dar forza a tale tesi interviene la Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna con la sentenza 1835/1/2017.
Innanzitutto l’articolo 13, comma 2, del Dl 201/2011 dispone che, ai fini Imu, i soggetti che usufruiscono delle agevolazioni relativamente ai terreni sono anche gli Iap di cui all’articolo 1 del Dlgs 99/2004 iscritti nella previdenza agricola. Tale norma come ampiamente descritto annovera anche le società. La questione sollevata da un Comune emiliano nel ricorso scaturente la sentenza citata, consisteva nel limitare le agevolazioni alle sole persone fisiche, in quanto sono le uniche che possono essere iscritte in una gestione previdenziale.

In effetti relativamente all’Ici era così, in quanto la norma interpretativa contenuta nell’articolo 58 del Dlgs 446/97 limitava le agevolazioni alle persone fisiche iscritte nella previdenza agricola ai fini assicurazione per la invalidità e vecchiaia. Però si deve considerare che la norma sull’Imu richiama l’articolo 1 del Dlgs 99/2004 citato in precedenza, il quale contempla anche le società che possono ottenere la qualifica di Iap qualora l’oggetto sociale come su detto preveda l’esercizio esclusivo delle attività agricole
Secondo la prassi del Mef le società agricole con la qualifica di Iap possono usufruire delle agevolazioni in materia di Imu sui terreni, a condizione che la persona fisica che attribuisce la qualifica alla società sia iscritta nella previdenza agricola. Nello specifico i giudici emiliani hanno confermato l’applicazione dei benefici. Nella sentenza viene anche apprezzata l’ipotesi di incostituzionalità che si verificherebbe in caso di limitazione dei benefici alle sole persone fisiche. Anche la Cassazione con l’ordinanza 375/2017 ha parificato le società in possesso della qualifica di Iap alle persone fisiche. Ovvio è che la sentenza della Commissione assume particolare rilevanza proprio perché dal 2016 i titolari della qualifica di coltivatore diretto o Iap, con iscrizione nella gestione previdenziale, sono esenti da Imu sui terreni coltivati direttamente. 

24 luglio 2017

LA TASSAZIONE DEI TERRENI AGRICOLI: EVOLUZIONE NORMATIVA

Numerosi spunti normativi e giurisprudenziali sono stati offerti dal Legislatore relativamente alla tassazione dei terreni agricoli.

Cerchiamo ora di ripercorrere la storia normativa della tassazione agricola per cercare di stabilire un ordine e focalizzare l’attenzione su quelle che appaiono essere le principali nozioni da utilizzare e conoscere, ai fini di comprendere al meglio la logica di tale istituto.

E’ noto infatti come l’imponibilità dei terreni agricoli ai fini ICI e IMU ha creato grosse controversie e numerosi ostacoli nell’applicazione dell’imposta, non solo ai contribuenti ma anche agli uffici tributi. Le numerose modifiche nel corso degli anni hanno apportato confusione, molteplici sono state le strade che si sono intraprese, percorse e spesso interrotte.

Partendo dalla primitiva imposizione, ovvero l’ICI, la caratteristica rilevante è senza alcun dubbio la nozione di comune “montano”.  Condizione che si realizza se quest’ultimo è compreso nell’elenco di cui alla circolare del Ministero delle Finanze n. 9 del 14 Giugno 1993, poiché in tal caso opera l’esenzione di cui all’art. 7 comma 1 lettera h) del D.lgs 504/1992.

Quanto detto produce una duplice regola, difatti per tutti i comuni non rientranti in tale circolare, i terreni sono soggetti al pagamento dell’ICI, la cui base imponibile è costituita dal reddito dominicale aumentato del 25% e moltiplicato per il coefficiente pari a 75.

Ovvio è che il tutto apre poi alle agevolazioni disciplinate nel dettaglio dei casi di specie.
L’art. 9 del D.lgs. n. 504/1992 ove si legge che “I terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli che esplicano la loro attività a titolo principale, purché dai medesimi condotti…”, usufruiscono di particolari agevolazioni risultando soggetti all’imposta limitatamente alla parte di valore eccedente l’importo di € 25.822,84 e con le seguenti riduzioni:

• del 70 % dell’imposta gravante sulla parte di valore eccedente € 25.822,84 e fino a € 61.974,82;
• del 50 % di quella gravante sulla parte di valore eccedente € 61.974,82 e fino a € 103.291,00;
• del 25 % di quella gravante sulla parte di valore eccedente € 103.291,00 e fino a € 129.114,00.

Pertanto, i due requisiti indispensabili e contestuali al fine di poter usufruire di detta agevolazione sono:

  • il possesso da parte di coltivatori diretti o imprenditori agricoli 
  • la conduzione diretta da parte dei medesimi soggetti. 

Ultima nota è che una eventuale affitto da parte di un imprenditore agricolo di un terreno ad altro imprenditore agricolo, comporterebbe ipso fatto la perdita del diritto all’agevolazione in quanto verrebbe meno il requisito della conduzione diretta da parte del soggetto passivo d’imposta.

Con la nascita dell'IMU nel 2012 è entrato in vigore l’IMU che ha preso il posto della precedente ICI con la quale sono apportate numerose novità. L’art. 13, comma 8 bis, del D.L. n. 201/2011 effettua un espresso riferimento ai “... terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli professionali di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99, e successive modificazioni, iscritti nella previdenza agricola…”. Si istituisce con questo la figura degli imprenditori agricoli professionali (IAP), a norma D.lgs 99/2004, la cui definizione è colui che dedica alle attività agricole, direttamente o in qualità di socio di società, almeno il 50% del proprio tempo di lavoro complessivo e che ricava inoltre dalle attività medesime almeno il 50% del reddito globale da lavoro.
Altro requisito previsto dall’art. 1, comma 5-bis, del D.lgs. n. 99/2004 è che “… l’imprenditore agricolo professionale persona fisica, anche ove socio di società di persone o cooperative, ovvero amministratore di società di capitali, deve iscriversi nella gestione previdenziale ed assistenziale per l’agricoltura”.

Appare evidente che la vera rivoluzione consiste nel fatto che oltre alla figura del coltivatore diretto, tra i fruitori dei benefici fiscali vengono considerate anche le società, siano esse di capitale o di persone; le agevolazioni di cui trattasi consistono in:
• riduzioni dell’imposta;
• applicazione di coefficienti moltiplicativi ridotti;
• applicazione della c.d. “finzione giuridica” per quanto attiene le aree fabbricabili.

Il comma 8-bis dell’art. 13 del D.L. n. 201/2011 stabilisce anche che i terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti e da IAP iscritti nella previdenza agricola, purché dai medesimi condotti, sono soggetti all’imposta limitatamente alla parte di valore eccedente € 6.000,00 e con l’applicazione delle seguenti riduzioni:

• del 70 dell’imposta gravante sulla parte di valore eccedente i predetti euro 6.000 e fino a euro 15.500;
• del 50 % dell’imposta gravante sulla parte di valore eccedente euro 15.500 e fino a euro 25.500;

• del 25 % dell’imposta gravante sulla parte di valore eccedente euro 25.500 e fino a euro 32.000.

Concludendo, per tale annualità, relativamente al pagamento, i contribuenti dovevano effettuare il versamento dell'imposta, per un ammontare pari al 3,8 per mille, con il modello F24 a favore dello Stato; la differenza tra l'aliquota deliberata dai comuni e l'aliquota del 3,8 andava versata al Comune con l'apposito codice.

Passando all'anno 2013, troviamo subito l'abrogazione del comma 11 dell'articolo 13 del DL 201/2011 con la contestuale scomparsa della quota di spettanza allo Stato. Tale manovra viene compiuta con la  Legge 228/2012, con la conseguenza che il gettito IMU relativo ai terreni agricoli diviene di assoluta competenza dell'ente locale.
Nel corso dell'anno successivamente all'emanazione del DL 54/2013, all'articolo 1 si dispone una sospensione del pagamento della rata di acconto di giugno per tutti i possessori dei terreni agricoli. Tale sospensione verrà a tramutarsi in abolizione definitiva della rata di acconto ai sensi dell'art. 1 del DL 102/2013. Il saldo di dicembre è stato regolato dall'articolo 1 del DL 133/2013 il quale operò una restrizione alle agevolazioni, tornando sui passi del precedente emendamento che includeva tutti i possessori, senza alcuna discriminazione. Pertanto, l'agevolazione fu estesa solo ai terreni posseduti e condotti da coltivatori diretti e IAP, per i restanti l'imposta doveva essere versata interamente.
Dunque nel 2013 si registrò un clamoroso cambio di tendenza per l'acconto e il saldo, le condizioni fissate per giugno non corrispondevano per l'adempimento di dicembre.

Il paradosso continua nell'anno 2014, più precisamente con il Decreto interministeriale del 28/11/2014, retroattivo al 01/01/2014, viene rivista la classificazione dei Comuni montani, introducendo il parametro dell'altitudine dal livello del mare.
A rigore di ciò, si dispone l'esenzione dell'IMU per i terreni agricoli dei comuni situati ad una altitudine di 601 metri e oltre. Tale modifica in itinere rese necessaria l'introduzione di una proroga dei termini di pagamento, sia di acconto che di saldo al 26 gennaio 2015. Tutte le problematiche sorte a seguito di tale manovra che il Governo con DL 4 del 2015 optò per un ripristino della precedente classificazione.

Così il 2015 si apre con tale novità che ha però i contorni del passato, parafrasando potremmo dire, "tutto cambia per non cambiare nulla". Si torna alla vecchia classificazione dei comuni montani in base all’elenco Istat e rinviava ulteriormente il termine di pagamento al 10 febbraio 2015. Viene inoltre prevista l'applicazione di una detrazione pari a 200,00 Euro per i terreni posseduti e condotti da coltivatori diretti o IAP che in base alla classificazione descritta sopra non risultino esenti.

Arriviamo dunque all'annualità 2016, la normativa prevede ulteriori radicali cambiamenti, l’art. 1, comma 13, della Legge di stabilità n. 208 del 28/12/2015, dispone infatti che l’esenzione dall’IMU di cui all’art. 7 comma 1 lettera h), del D.lgs. n. 504/92 per i terreni agricoli ricadenti in zone montane o collinari, si applica nuovamente sulla base dei criteri individuati dalla Circolare 14 giugno 1993 n. 9.
Viene, quindi, abbandonato l’inutilizzabile elenco Istat e si torna al vecchio sistema. Vengono conseguentemente abrogate le disposizioni contenute nei commi da 1 a 9-bis dell’art. 1 del D.L. n. 4/2015, ovvero:
• l’esenzione dei terreni agricoli ubicati nei Comuni classificati totalmente montani previsti dall’elenco ISTAT;
• la detrazione di € 200,00 per i terreni posseduti e condotti da coltivatori diretti e IAP iscritti nella previdenza agricola, ubicati nei comuni previsti nella circolare n. 9/1993 e non più esenti nel 2015;
• l’esenzione per i terreni posseduti dai coltivatori diretti e IAP e concessi in affitto o comodato a coltivatori diretti e IAP iscritti nella previdenza agricola.
Infine, viene prevista l’esenzione totale dal pagamento IMU dei terreni agricoli purché posseduti e condotti da coltivatori diretti e IAP, indipendentemente dal Comune di ubicazione.

E' così che si ritorna al passato... Pertanto, terreni agricoli posseduti e condotti da coltivatori agricoli e IAP possono godere delle agevolazioni per il versamento del tributo sulla proprietà del terreno agricolo. 

21 luglio 2017

SALVAGUARDIA DEGLI EQUILIBRI DI BILANCIO: AGENDA FITTA PER IL RESPONSABILE DEL SERVIZIO FINANZIARIO

Luglio da sempre è un mese fitto di impegni e di scadenze, ci si accinge alla chiusura della prima parte dell’anno e la sosta estiva è alle porte, i responsabili del settore finanziario si ritrovano con appuntamenti e scadenze di particolare rilievo, primi fra tutti, la verifica degli equilibri e l'assestamento del bilancio 2017/2019, la ricognizione di eventuali debiti fuori bilancio, nonché l'avvio degli atti di programmazione del prossimo triennio. 
Ci sono poi le trasmissioni del monitoraggio del primo semestre 2017 sul pareggio di bilancio e la pubblicazione dell'indicatore trimestrale di tempestività dei pagamenti. Entro fine mese, saranno inoltre disponibili gli esiti degli scambi di spazi finanziari attuati con il patto di solidarietà nazionale, oltre all'applicazione delle nuove regole fiscali introdotte dal Dl n. 50/2017. Infine, i consigli degli enti che hanno optato per il rinvio devono approvare lo stato patrimoniale e il conto economico 2016. Il mancato adempimento è accompagnato dalla sanzione dello scioglimento del consiglio, così come l'inadempimento all'obbligo di verifica degli equilibri del bilancio 2017-2019.

L'articolo 193 del Dlgs 267/2000, adempimento di maggior rilievo e complessità, prevede che gli enti locali debbano garantire sia in sede previsionale che negli atti di variazioni di bilancio, nonché durante tutta la gestione, il mantenimento degli equilibri di competenza e di cassa, attribuendo all'organo consiliare il compito di adottare almeno una volta all'anno entro il termine del 31 luglio apposita deliberazione con cui dare atto del permanere degli equilibri generali di bilancio o, in caso di accertamento negativo, adottare i necessari conseguenti provvedimenti.
Inoltre il Dl 174/2012 convertito nella legge 213/2012 all'articolo 3, comma 1, lettera d), ha disposto l'introduzione dell'articolo 147-quinquies al Dlgs 267/2000, attribuendo al Responsabile del Servizio Finanziario la direzione e il coordinamento delle attività di controllo degli equilibri finanziari, mediante la vigilanza dell'organo di revisione, prevedendo altresì che tale controllo sia esteso anche alla valutazione degli effetti che si determinano per il bilancio finanziario dell'ente in relazione all'andamento economico-finanziario degli organismi gestionali esterni.

E’ pertanto opportuno procedere ad effettuare un’attenta e accurata verifica sull'andamento delle entrate e delle spese previste nel bilancio, così da garantire l’equilibrio tra l'andamento delle entrate e delle spese sia di parte corrente, sia di parte capitale, sia la gestione dei residui che risultino in linea con gli stanziamenti in previsione. Tale verifica, si fonda sull'esatta contabilizzazione delle poste in bilancio, con particolare attenzione alle entrate, diventa dunque fondamentale l’analisi dei criteri di imputazione a bilancio dei principali fatti di gestione, anche per evitare comportamenti elusivi dei vincoli di finanza pubblica.

Partendo dalla corretta applicazione dei principi contabili di cui al Dlgs 118/2011 e s.m.i., analizziamo quali sono nel dettaglio le verifiche necessarie che dovrebbero essere attuate per garantire la salvaguardia degli equilibri di bilancio così come richiesto dall’articolo 193 del Dlgs 267/2000:
- rispetto del principio del pareggio finanziario,
- equilibri interni (parte corrente, conto capitale, servizi conto terzi),
- congruità del Fondo Crediti Dubbia Esigibilità iscritto a bilancio,
- equilibri di cassa,
- equilibri della gestione dei residui,
- congruità del Fondo Crediti Dubbia Esigibilità accantonato a rendiconto,
- rispetto dei vincoli di finanza pubblica,
- andamento della gestione degli organismi gestionali esterni.

Dunque, l'obbligo di verifica della copertura delle spese correnti e di investimento e di tutte le voci così descritte impone all’Ente, nello specifico al responsabile del servizio finanziario, la ricognizione su eventuali debiti fuori bilancio da riconoscere o finanziare in base all'articolo 194 del Tuel.

Misura utilizzabile per ripristinare gli equilibri di bilancio, per l'anno in corso e per i due successivi, sono le eventuali economie di spesa e tutte le entrate, a eccezione di quelle provenienti dall'assunzione di prestiti e di quelle con specifico vincolo di destinazione, oltre ai proventi derivanti da alienazione di beni patrimoniali disponibili e da altre entrate in conto capitale con riferimento a squilibri di parte capitale. Aspetto complementare è quello relativo alle entrate tributarie riscosse per autoliquidazione dei contribuenti, Imu e Tasi, devono essere accertate sulla base delle riscossioni effettuate entro la chiusura del rendiconto. Anche le risorse derivanti dalla lotta all’evasione delle entrate tributarie riscosse per cassa, continuano a essere accertate con lo stesso criterio, salvo i casi di emissione di avvisi di liquidazione e di accertamento, di ruoli e liste di carico, che sono accertati sulla base dei documenti formali emessi dall’ente e imputati all’esercizio in cui l’obbligazione scade. Diversi sono i criteri di imputazione delle risorse gestite attraverso ruoli ordinari e liste di carico, Tari. In questo caso l’accertamento è imputato all’esercizio in cui gli atti sono emessi, a condizione che la scadenza per la riscossione del tributo sia prevista entro i termini dell’approvazione del rendiconto, ove consentito dalla legge. La successiva emissione di ruoli coattivi riferiti a tali entrate non genera ovviamente nuovo accertamento.

L’accertamento delle sanzioni al codice della strada deve essere effettuato con riferimento alla data di notifica del verbale, mentre le entrate derivanti dalla gestione dei servizi pubblici, anche se affidati in gestione a terzi, sono imputate all’esercizio in cui servizio è reso all’utenza.

Inoltre le entrate mai accertate per le quali era stato emesso il ruolo in esercizi precedenti all’avvio della riforma contabile devono continuare ad essere accertate per cassa sino al loro esaurimento, come le sanzioni e gli interessi correlati ai ruoli coattivi riguardanti tutte le tipologie di entrata.


Pertanto, entro il 31 luglio è fatto obbligo ai sensi di legge tale verifica e non solo, viene richiesta l’eventuale e conseguente salvaguardia dell’equilibrio del bilancio così redatto ad inizio anno, per continuare così ad adeguarsi il più possibile con quanto previsto nella prima approvazione del Consiglio Comunale. 
 
Copyright © 2017 Consulenza per le Entrate Locali
Powered by Geropa