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10 marzo 2019

DEFINIZIONE AGEVOLATA DELLE LITI PENDENTI: ENTI LOCALI E TERMINE ULTIMO


La definizione agevolata è prevista anche per le controversie tributarie, ed è stata introdotta dall’articolo 6 del Dl 119/2018 (convertito dalla legge 17 dicembre 2018 n. 136), lasciando tuttavia piena facoltà agli enti di avvalersene o meno. Tale scelta dovrà essere fatta entro il 31 marzo 2019.

Le controversie oggetto di tale definizione, devono riferirsi ad atti impositivi e possono essere pendenti in ogni grado di giudizio. Deve trattarsi, pertanto, di cause per le quali è stato depositato il ricorso di primo grado alla data di entrata in vigore del Dl 119/2018 (24 ottobre 2018) e per le quali non si sia concluso il processo con sentenza definitiva alla data della presentazione della domanda.

Restano escluse, quindi, le controversie con ricorso notificato dopo il 24 ottobre 2018 (nel caso di spedizione a mezzo posta o di notifica a mezzo ufficiale giudiziario, il ricorso si intende notificato alla data della consegna all'agente notificatore, in virtù del principio della sdoppiamento degli effetti della notificazione), nonché quelle per le quale interviene prima della presentazione della domanda la definitività della sentenza, la scadenza dei termini per la riassunzione del giudizio, ovvero il deposito della sentenza non di rinvio della Corte di cassazione.

Il contribuente che ha proposto il ricorso può presentare domanda di ammissione alla definizione agevolata entro il termine del 31 maggio 2019, distintamente per ogni atto impugnato. Per il perfezionamento della definizione deve inoltre procedere al versamento degli importi dovuti in unica soluzione o della prima rata, entro il medesimo termine di cui sopra.

La rateizzazione è possibile in massimo 20 rate trimestrali, scadenti il 31 agosto, il 30 novembre, il 28 febbraio e il 31 maggio di ogni anno, se l'importo dovuto eccede mille euro. In questo caso sono dovuti gli interessi legali (dal 1° gennaio 2019 fissati allo 0,8%), a decorrere dal 1° giugno 2019 fino al giorno del pagamento.

La definizione agevolata richiede il pagamento di un importo che dipende dal grado del giudizio pendente e dall’esito di eventuali gradi precedenti.

Se si tratta di una controversia pendente in primo grado, il contribuente può definirla versando un importo pari al 90% del valore, vale a dire, in base all’articolo 12, comma 2, del Dlgs 546/1992, l'ammontare del solo tributo. Se si tratta di una controversia pendente in secondo grado, qualora in primo grado è stato soccombente l’Ente, la controversia si definisce versando il 40% dell'ammontare del valore della stessa; se invece è stato soccombente il contribuente, l'importo da versare è pari all'intero valore della controversia.

In caso di pendenza in Cassazione, se è stato soccombente l’Ente in secondo grado, la definizione richiede il pagamento solo del 15% del valore della controversia; se è stato soccombente il contribuente in secondo grado, invece, sempre dell’intero importo del valore della lite. Qualora, in caso di pendenza in Cassazione, l’Ente è stato soccombente in tutti i precedenti gradi di giudizio, la controversia si definisce pagando solo il 5% del valore della lite. Nel caso di soccombenza reciproca o di accoglimento parziale, occorre versare l’importo del tributo corrispondente alla parte di lite respinta e la misura ridotta dello stesso per la parte accolta. La soccombenza dell’Ente deve risultare da una pronuncia non cautelare depositata alla data di entrata in vigore del Dl 119/2018. Se la controversia riguarda solo sanzioni non collegate al tributo, la definizione agevolata richiede il versamento del 15% del valore della controversia, se è stato soccombente l’Ente nell'ultima o unica pronuncia sul merito o sull'ammissibilità dell'atto introduttivo del giudizio, depositata alla data di entrata in vigore del decreto. Nell’ipotesi di controversia riguardante sanzioni collegate ai tributi, per la definizione non è dovuto alcun importo relativo alle sanzioni, qualora il rapporto relativo ai tributi sia stato definito.

Le controversie che possono essere definite non sono automaticamente sospese, ma possono esserlo su richiesta del contribuente, mediante presentazione di dichiarazione specifica di volersi avvalere delle disposizioni del decreto. In questo caso il processo è sospeso fino al 10 giugno 2019 e continua a esserlo fino al 31 dicembre 2019 se il contribuente deposita copia della domanda di definizione agevolata e del versamento della prima o dell’unica rata. Se entro il 31 dicembre 2020 la parte interessata non presenta istanza di trattazione, il processo è estinto con decreto del presidente.

I termini per impugnare le pronunce giurisdizionali e di riassunzione, nonché per presentare controricorso che scadono tra il 24 ottobre 2018 e il 31 luglio 2019, sono sospesi per 9 mesi.

La definizione agevolata, quindi, si applica alle controversie degli enti locali, nel momento in cui questi lo stabiliscono e termine ultimo è il 31 marzo 2019.

Il Consiglio, dunque, in base all'articolo 52 del Dlgs 446/1997, tenuto conto della natura regolamentare della disposizione (e quindi con parere dei revisori, in base all'articolo 239, comma 1, lettera b), punto 7), del Dlgs 267/2000), assume tale decisione con atto specifico. (Delibera di Consiglio Comunale). SCHEMA DELIBERA CC

La norma non sembra concedere spazi di manovra agli enti locali, considerando che il comma 16, articolo 6 del Dl 119/2018 stabilisce che: “ciascun ente territoriale può stabilire…..l’applicazione delle disposizioni di cui al presente articolo alle controversie attribuite alla giurisdizione tributaria in cui è parte il medesimo ente”. SCHEMA REGOLAMENTO COMUNALE

26 febbraio 2019

AGEVOLAZIONE IMU ABITAZIONE PRINCIPALE: LA RESIDENZA NON BASTA PIU'


Se in una stessa famiglia due coniugi o due persone unite civilmente svolgono lavori diversi, o comunque hanno esigenze differenti, è possibile che non vivano nella stessa casa pur non essendo separati, è dunque possibile, in questi casi, che abbiano residenze diverse. Non si tratta infatti, secondo la legge, di violazione dell’obbligo di coabitazione imposta dal diritto di famiglia (articolo 143 del Codice Civile).

Relativamente all’obbligo di coabitazione, questo è un dovere di entrambi i coniugi imposto per salvaguardare l’unità familiare tanto quanto il dovere di fedeltà, di assistenza morale e materiale e di collaborazione. La residenza si riferisce, invece, al luogo in cui una persona abita di solito e ha rilevanza, più che sullo stato di famiglia, sul fisco. Il fatto di avere due residenze diverse non implica infatti l’assenza di unità familiare in quanto si può trattare di una circostanza necessaria e inevitabile per motivi di lavoro e quindi proprio per assolvere a quei doveri di collaborazione di cui sopra.

Ora la questione si sposta sulla definizione di abitazione principale, rilevante nel caso di agevolazioni Imu e Tasi, che nelle abitazioni principali non si pagano (mentre si pagano per le seconde case). L’abitazione principale, ricordiamo, per la legge coincide con il luogo nel quale si ha residenza anagrafica e dimora abituale.

La residenza nell'abitazione però non sempre dà diritto all'esenzione dell'Imu.

La perde infatti la moglie se il marito usufruisce del bonus per un'altra casa. Solo uno dei due beni può infatti essere deputato a dimora reale della famiglia. Questo è il principio ultimo sancito dalla Cassazione con l’ordinanza n.5314 del 22 febbraio 2019. Per la Suprema Corte, in sostanza, la casa principale è della famiglia che è l'unica a usufruire del bonus.

La residenza, in tale fattispecie, è un parametro che passa in secondo piano. Ad avviso del Collegio di legittimità, “in tema di Ici (oggi Imu), ai fini della spettanza della detrazione e dell'applicazione dell'aliquota ridotta prevista per le abitazioni principali dall'art 8 del dlgs n. 504/1992, un'unità immobiliare può essere riconosciuta abitazione principale solo se costituisca la dimora abituale non solo del ricorrente, ma anche dei suoi familiari, non potendo sorgere il diritto alla detrazione nell'ipotesi in cui tale requisito sia riscontrabile solo nel ricorrente e invece difetti nei familiari”.
Nel caso sottoposto all'esame della Corte, è stato accertato che solo la ricorrente aveva la propria residenza anagrafica nel Comune mentre il proprio coniuge, non legalmente separato, non solo aveva residenza e dimora abituale in altro Comune ma aveva usufruito in tale Comune dell'agevolazione in materia di Ici.

La Ctr, ritenendo possibile che ogni coniuge, anche non separato, potesse avere una propria abitazione principale non si è uniformato al principio di diritto ricordato in motivazione. Il sipario sulla vicenda si è concluso definitivamente di fronte ai Supremi giudici. Infatti la Cassazione ha accolto nel merito il ricorso del Comune e, non ritenendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, ha condannato la contribuente a versare la differenza d'imposta.

E dunque ci si chiede, l’orientamento finora sostenuto dalla giurisprudenza, ovvero che se i coniugi hanno due residenze nello stesso comune, verrà considerata abitazione principale uno dei due immobili, mentre sull’altro andranno pagate regolarmente Imu e Tasi. Contrariamente se i coniugi hanno due residenze in comuni diversi, è possibile che entrambe le case vengano riconosciute come abitazioni principali, come si colloca?

L’ordinanza senza alcun dubbio farà discutere i giuristi e gli operatori del settore perché evidenza è che se la Legge debba, come giusto che sia, avere portata generale per poi analizzare la fattispecie specifica ogni qual volta ce ne sia il bisogno, è evidente che l’interpretazione restrittiva data dalla Suprema Corte ingessi tale circuito.

Se si considera abitazione principale solo e soltanto l’abitazione della famiglia che a sua volta potrà essere la sola ad usufruire del bonus appare chiaro come l’interpretazione per cui verosimilmente due coniugi aventi residenza in comuni differenti per reali esigenze lavorative o di fatto, come tra l’altro previsto dalla Legge, non vedano riconosciuti i loro diritti di agevolazioni sull’immobile abitato.

8 febbraio 2019

IRREPERIBILITÀ' ASSOLUTA NO ALLA RACCOMANDATA INFORMATIVA!!!

La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 1338 del 18 gennaio 2019 chiarisce il principio per il quale, in tema di notificazioni, non deve essere inviata al contribuente la raccomandata informativa sull'avvenuto deposito dell’atto impositivo nella casa comunale nel caso di irreperibilità assoluta. Pertanto la notifica si perfeziona nell'ottavo giorno successivo a quello di affissione nell'albo comunale. 

Ribadiamo che il combinato disposto dell’articolo 137 e 140 cpc, nonché DPR 600 del 1973, art 60, comma 1, lett. e), è stato costantemente interpretato, nel senso che, se il destinatario dell’atto di accertamento è temporaneamente assente dal suo domicilio fiscale e se non è possibile consegnare l’atto per irreperibilità, incapacità o rifiuto delle persone legittimate alla ricezione, la notifica si perfeziona con il compimento delle attività stabilite dall'art. 140 c.p.c., richiamato dalla linea del DPR 600 del 1973, art 60, comma 1, lett. e). 

Dunque, per perfezionare la notificazione di un atto di accertamento ad un destinatario “relativamente” irreperibile, occorre: 

- Il deposito di copia dell’atto nella casa del Comune in cui la notificazione deve eseguirsi; 

- L’affissione dell’avviso di deposito alla porta dell’abitazione e dell’ufficio o dell’azienda del destinatario; 

- La comunicazione, mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento, dell’avvenuto deposito nella casa comunale dell’atto di accertamento; 

- Il ricevimento della lettera raccomandata informativa o, comunque, il decorso del termine di dieci giorni dalla data di spedizione di tale raccomandata. 

Relativamente “all'irreperibilità assoluta”, occorre: 

- il deposito di copia dell'atto di accertamento, da parte del notificatore, nella casa comunale; 

- l'affissione dell'avviso di deposito nell'albo del medesimo comune; 

- il decorso del termine di otto giorni dalla data di affissione nell'albo comunale. 

In relazione a quest'ultima modalità di notificazione, è stato evidenziato che lo stato di "irreperibilità assoluta" del destinatario, rende impossibile l'invio della raccomandata informativa dell'avvenuto deposito nella casa comunale, con la conseguenza che la notificazione, in tal caso, non necessita di tale ulteriore adempimento, prescritto per il caso di "irreperibilità relativa", e si perfeziona nell'ottavo giorno successivo a quello di affissione nell'albo comunale" (Cass. n. 16696 del 2013). 

Dunque, l'invio della raccomandata informativa è reso impossibile dallo stato di "irreperibilità assoluta" del destinatario e pertanto conseguenza di ciò è che la notifica si perfeziona dopo il decorso del termine di otto giorni dalla data di affissione nel suddetto albo. 

Per meglio comprendere la nozione di “momentanea assenza” del destinatario. 

L’articolo 139 del codice di procedura civile, laddove indica i soggetti abilitati a ricevere l’atto in caso di momentanea assenza del destinatario (persona di famiglia, addetta alla casa o alla sede, portiere dello stabile, vicino di casa), che la giurisprudenza qualifica come irreperibilità relativa, va interpretato nel senso che la scelta non è demandata all'intermediario della notifica (ufficiale giudiziario, messo comunale). 

Deve, invece, essere rispettato l’ordine preferenziale delle persone alle quali il plico può essere consegnato e va dato atto dell’assenza del destinatario. Solo in caso di assenza di una persona di famiglia o di un addetto alla casa o alla sede che risulti espressamente dalla relata, l’atto può essere consegnato al portiere dello stabile o, in ultima istanza, al vicino di casa. Secondo la Cassazione (sentenza 3595/2017), il giudice tributario deve valutare questo aspetto fondamentale. Non può, infatti, ritenere regolare la notificazione a mani del portiere stante il successivo invio, ex art. 139 cit., di un avviso al destinatario mediante lettera raccomandata. In questa circostanza i giudici di piazza Cavour hanno assunto una posizione rigida, sostenendo che l’avviso non ha consentito di porre effettivamente il destinatario a conoscenza dell’avvenuta notificazione. Tra l’altro, l’Agenzia delle entrate non ha dedotto alcuna circostanza sanante in merito alla riscontrata nullità della notificazione. Quindi, ha ritenuto illegittima la notifica degli atti al portiere dello stabile in cui risiede il contribuente se l’ufficiale giudiziario non ha dato atto nella relata, oltre che dell’assenza del destinatario, che non è stato possibile consegnare il provvedimento impositivo (cartella, accertamento) a persona di famiglia, addetto alla casa o alla sede. 

Sebbene non sia imposto l’utilizzo di forme sacramentali, è necessario specificare nella relata di notifica che erano assenti sia il destinatario sia gli altri soggetti abilitati a ricevere l’atto, secondo la successione preferenziale tassativamente stabilita dalla norma di legge.

14 gennaio 2019

FINE DELLO STATUS QUO DEL BLOCCO DEI TRIBUTI LOCALI: AL VIA GLI AUMENTI

I Comuni, le Province e le Città metropolitane hanno tempo fino al 28 febbraio 2019 per deliberare le tariffe e le aliquote dei tributi locali per l'anno 2019. Con comunicato del 26 novembre 2018, la Direzione centrale della finanza locale del Ministero dell'Interno ha reso noto che, con decreto del Ministro dell’Interno è stato disposto il differimento dal 31 dicembre 2018 al 28 febbraio 2019 dal termine per l’approvazione del bilancio di previsione 2019/2021 da parte degli enti locali. 

Il termine del 28 febbraio 2019 segue automaticamente lo spostamento in avanti della scadenza per l’approvazione del bilancio di previsione. 

Novità per quest’annualità è che non ci sarà un nuovo blocco delle tariffe e delle aliquote dei tributi locali, la legge di Bilancio 2019 non prevede - a differenza degli ultimi anni - limiti al potere degli enti locali di aumentare i tributi ad essi attribuiti. 

Fino al 28 febbraio 2019, quindi, Comuni, Province e Città metropolitane potranno deliberare le nuove tariffe ed aliquote dei tributi locali per l’anno 2019. 

Dunque, ci sarà almeno in via teorica un via libera agli aumenti di imposte e tasse locali e per il 2019 sarà consentito difatti innalzare il livello della pressione fiscale poiché alle amministrazioni locali non è più impedito di aumentare aliquote alle tariffe deliberate nel 2015. 

Tale blocco scadeva il 31 dicembre 2018 e non è stato prorogato così sarà possibile istituire nuovi tributi e ridurre le agevolazioni già concesse ai contribuenti, quindi lo status quo in cui permanevano le Pubbliche Amministrazioni viene definitivamente abolito. 

Pertanto, aliquote e tariffe dopo tre anni potranno essere rimodulate, sospendendo così il vincolo che ha imposto agli enti locali non solo di ritoccarle in aumento, ma anche impedito l’abolizione dei benefici fiscali già deliberati nel 2015 che comunque avrebbero inciso sul carico fiscale e avrebbero dato luogo a un innalzamento della tassazione. 

Relativamente alla maggiorazione Tasi, viene invece confermato il potere di mantenere la maggiorazione Tasi dello 0,8 per mille, solo però per i comuni che l’avevano istituita negli anni precedenti, 2016, 2017 e 2018 applicando la medesima aliquota, la scelta va effettuata con deliberazione del consiglio comunale.

9 gennaio 2019

COEFFICIENTI TARI 2019 INFERIORI O SUPERIORI DEL 50%?


La Legge di Bilancio 2019 ha portato numerose novità, nell’articolo in commento tratteremo la disciplina che riguarda la determinazione delle tariffe per ogni categoria omogenea, la quale determinazione si ottiene moltiplicando il costo del servizio per unità di superficie imponibile accertata per uno o più coefficienti di produttività quantitativa e qualitativa di rifiuti.

Già la Legge di stabilità 2014 prevedeva che “Nelle more della revisione del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1999, n. 158, al fine di semplificare l'individuazione dei coefficienti relativi alla graduazione delle tariffe il comune può prevedere, per gli anni 2014, 2015, 2016, 2017 e 2018, l'adozione dei coefficienti di cui alle tabelle 2, 3a, 3b, 4a e 4b dell'allegato 1 al citato regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 158 del 1999, inferiori ai minimi o superiori ai massimi ivi indicati del 50 per cento, e può altresì non considerare i coefficienti di cui alle tabelle 1a e 1b del medesimo allegato 1.”

Con l'approvazione del comma 1093 della Legge di Bilancio viene modificato il comma 652 della legge di stabilità per il 2014 (articolo 1 della legge n. 147 del 2013), espressamente “1093. All’articolo 1, comma 652, terzo periodo, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, le parole: « e 2018 » sono sostituite dalle seguenti: « , 2018 e 2019 ».” e pertanto sarà possibile approvare i piani finanziari Tari 2019 con i coefficienti inferiori ai minimi o superiori ai massimi ivi indicati del 50 per cento.

Ricordiamo che è l’art. 1, comma 651, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, a prevedere che: “Il comune nella commisurazione della tariffa tenga conto dei criteri determinati con il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1999, n. 158”. 

In ordine alla determinazione della tariffa il citato dpr 158/99 dispone che la stessa è composta da: una parte fissa, determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio e una parte variabile, rapportata alle quantità di rifiuti conferiti.

Ma torniamo sul punto focale, ovvero che il provvedimento emanato con la Legge di Bilancio 2019 delinea gli scenari entro cui gli enti locali devono muoversi per la costruzione dei bilanci e la tenuta dei conti nell’anno 2019. Ricordiamo che operatori e amministratori dovranno approvare entro il 28 febbraio il proprio bilancio, ma anche avviare la gestione 2019.

Con l'approvazione del comma 1093 della Legge di Bilancio viene prorogata per il 2019 la modalità di commisurazione della TARI da parte dei comuni sulla base di un criterio medio-ordinario, ovvero in base alle quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie in relazione agli usi e alla tipologia di attività svolte, e non sull’effettiva quantità di rifiuti prodotti. (c.d. metodo normalizzato, nel rispetto del principio “chi inquina paga”, sancito dall’articolo 14 della direttiva 2008/98/CE). 

Difatti, in base al comma 652, il comune, in alternativa ai criteri previsti dal metodo normalizzato, nel rispetto del principio “chi inquina paga”, sancito dall’articolo 14 della direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti, può commisurare la tariffa alle quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie in relazione agli usi e alla tipologia di attività svolte. Le tariffe, come detto in principio, per ogni categoria o sottocategoria omogenea sono determinate dal comune moltiplicando il costo del servizio per unità di superficie imponibile accertata, previsto per l’anno successivo, per uno o più coefficienti di produttività quantitativa e qualitativa di rifiuti.

In base a quest’ultima norma, quindi, viene confermata la modalità di commisurazione della TARI basata su un criterio medio-ordinario e non sull’effettiva quantità di rifiuti prodotti.

La facoltà dunque che, presente da qualche anno, sembrava esaurirsi con il 31 dicembre 2017 prima e 2018 poi, con il conseguente obbligo per i comuni di rientrare nei range oppure di giustificare l’eccezione con elementi concreti connessi alla gestione del servizio viene di fatto anche per quest’anno prorogata.

8 gennaio 2019

IL RITORNO DEGLI INCENTIVI PER L'UFFICIO TRIBUTI

Con il comma 1091 della Legge di Bilancio 2019 (145/2018) si è tornati un po' indietro nel tempo, adottando una misura a favore del personale comunale.  
Difatti coloro che si occupano del contrasto all’evasione dei tributi locali potranno tornare a godere di particolari incentivi. 

La discrezionalità viene meno e una condizione che invece è richiesta all’Ente sarà l’approvazione nei termini di legge del bilancio di previsione e del rendiconto. Ciò che determina l’incentivo sarà dato invece dagli accertamenti non solo emessi bensì riscossi esclusivamente per Imu e Tari, dunque non si parlerà di incentivo qualora gli accertamenti non vengano riscossi anche se divenuti definitivi. 

E’ per questo che sarà condizione restrittiva il rendiconto, perché da questo si vedranno le risultanze dell’attività di accertamento. 

La ratio della norma sta nell'incentivo all'azione di contrasto dell’evasione collegando ovviamente l’accertamento con la riscossione. Sarà dunque rilevante il livello di riscossione evidenziata durante l’annualità anche se non dovuta all’accertamento della stessa annualità d’imposta. 

A questa lettura potrebbe avvicinarsi quella per la quale bisognerebbe limitare l’incentivo agli atti di accertamento emessi e incassati nel medesimo anno, ma sarebbe del tutto irragionevole andando così ad escludere le rateizzazioni e gli accertamenti notificati a novembre che diventano definitivi e spesso vengono incassati a gennaio dell’anno successivo. 

Dunque, quello che realmente appare importante è che avvenga la riscossione e che ci siano maggiori entrate per l’ente locale derivante da attività di accertamento svolta dall’ufficio tributi, gioca dunque ruolo decisivo anche la riscossione coattiva. 

Differenza con gli anni passati sta nelle limitazioni che ora sembrano incombere sugli incentivi per il personale comunale, che ritroviamo sia in riferimento all'ammontare complessivo sia in riferimento alle quote distribuibili ai dipendenti. 

L’ammontare massimo previsto dell’incentivo è del 5% di quanto riscosso in seguito ad accertamenti e tale importo.

Le risorse destinate al personale dovranno essere considerate al lordo degli oneri riflessi e dell'Irap a carico del Comune. L'importo erogabile al singolo dipendente non potrà superare il 15% del trattamento tabellare annuo lordo individuale.

Inoltre la destinazione dell'incentivo non sarà limitata ai soli dipendenti che si occupano di Imu e Tari bensì ne potranno usufruirne tutti i dipendenti del settore entrate

Tutto sembra orientarsi sempre di più al principio delle performance e di premialità che, come nel privato cerca di incentivare e esortare le proprie risorse all'ottimizzazione del lavoro così da renderlo il più efficiente ed efficace possibile. 

Infine, si ricorda che tale disposizione non si applica qualora il servizio di accertamento sia affidato in concessione.

7 gennaio 2019

SIMULATORE GRATUITO DEI FABBISOGNI STANDARD TARI

I fabbisogni standard esprimono il peso specifico di ogni Ente Locale in termini di fabbisogno finanziario, sono stati calcolati con riferimento a ogni servizio e successivamente aggregati in un unico indicatore. Il fabbisogno standard complessivo di ogni Ente, quindi, non corrisponde a un valore in euro bensì è un coefficiente di riparto. Secondo i principi della legge n. 42/2009 il fabbisogno standard costituisce l’indicatore rispetto al quale comparare e valutare l’azione pubblica. I fabbisogni standard, quindi, rappresentano i nuovi parametri cui agganciare il finanziamento delle spese fondamentali degli enti locali, per assicurare un graduale e definitivo superamento del criterio della spesa storica.


La determinazione dei fabbisogni standard punta a promuovere un uso più efficiente delle risorse pubbliche e passa attraverso il D.Lgs. 216/2010, pubblicato sulla G.U. Serie Generale n. 294 del 17/12/2010, recante disposizioni in materia di determinazione dei fabbisogni standard di comuni, Città metropolitane e province. In attuazione della Legge Delega 5 maggio 2009, n. 42 e in stretto riferimento alla determinazione dei fabbisogni standard.

Si ricorda che i fabbisogni standard entrano in gioco in relazione alla tassa rifiuti ai sensi dell’art. 1, commi 639 e segg. della legge 27 dicembre 2013, n. 147, per finanziare i costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Il comma 653 dispone, infatti, che “a partire dal 2016, nella determinazione dei costi di cui al comma 654, il comune deve avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard”.

La legge del 28 dicembre 2015, n. 208 recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato” (c. d. legge di stabilità 2016), art. 1, c. 27, ha rinviato al 2018 il termine entro il quale i Comuni nel determinare i costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti devono avvalersi dei fabbisogni standard. L’articolo in parola ha modificato l’art. 1 della legge di stabilità 2014, prevedendo: “a) al comma 652, terzo periodo, le parole: “per gli anni 2014 e 2015” sono sostituite dalle seguenti: “per gli anni 2014, 2015, 2016 e 2017”; b) al comma 653, la parola: “2016” è sostituita -dalla seguente: “2018”.

La legge di bilancio 2018, poi, non ha prorogato l’entrata in vigore della disposizione e il Dipartimento delle Finanze ha, quindi, redatto le “Linee guida interpretative per l’applicazione del comma 653 dell'art. 1 della Legge n. 147 del 2013” l’8 febbraio 2018, ove si esplicita che “i fabbisogni standard del servizio rifiuti possono rappresentare solo un paradigma di confronto per permettere all'ente locale di valutare l’andamento della gestione del servizio rifiuti”.

La disposizione presenta tuttavia alcune difficoltà interpretative. Una prima lettura della norma, di natura restrittiva, potrebbe far ritenere che i comuni, nell'approvare i piani finanziari predisposti dai gestori, debbano considerare dei costi non superiori al fabbisogno standard del servizio rifiuti. Una tale interpretazione desta immediate perplessità. In primo luogo in quanto il principio cardine del sistema è la copertura integrale dei costi del servizio, come evidenziato dal comma 653 dell'articolo 1 della legge 147/2013. Ritenere che il piano finanziario non possa contenere costi in misura superiore al fabbisogno standard vorrebbe dire legittimare l'approvazione di tariffe che non coprono integralmente i costi effettivi che l'ente deve comunque sopportare, perché ricordiamo che le tariffe devono essere determinate con lo scopo di coprire integralmente i costi di gestione del servizio dello smaltimento dei rifiuti.

Peraltro, una simile interpretazione, in presenza di costi effettivi che difficilmente nel breve periodo possono ridursi al livello del fabbisogno standard, determinerebbe delle pericolose scoperture gravanti sui conti dei comuni. Potrebbe però anche verificarsi il caso del fabbisogno standard superiore al costo effettivo. In tale ipotesi, comunque, l'ente non potrebbe senz'altro caricare il piano finanziario di costi superiori a quelli realmente sostenuti.

Tuttavia non si può non rilevare come la disposizione, in effetti, non imponga di quantificare i costi inseriti nel piano finanziario in misura pari ai fabbisogni standard, ma solo di "tenere conto anche” delle loro risultanze nella quantificazione dei costi. Da qui nasce il dubbio.

Cosa vuol dire tenere conto “anche” dei fabbisogni?

Nell'atto che approva il piano finanziario e comunque nella relazione che deve accompagnare lo stesso va evidenziata la valutazione che si è fatta in merito all'incidenza del fabbisogno standard sul piano finanziario ed al suo rapporto con i costi effettivi, da un punto di vista sostanziale, al fine di realizzare un raffronto tra i costi effettivi riportati nel piano finanziario ed il fabbisogno standard è necessario quindi analizzare quali siano realmente le componenti di costo considerate nella costruzione del costo standard.

Pertanto, al fine di tenere conto dei fabbisogni nella costruzione del piano, l'ente potrebbe evidenziare come il dato del fabbisogno standard trovi corrispondenza solo con alcune voci del costo effettivo inserito nel piano finanziario. In sostanza, la presenza di un piano finanziario complessivamente superiore al dato del fabbisogno non necessariamente è indicativa del mancato rispetto della previsione normativa, laddove l'ente evidenzi l'assenza della coincidenza delle voci di costo riportate nel piano con quelle considerate invece nella costruzione del fabbisogno standard. Pertanto, in aiuto ai Funzionari dei tributi il portale http://www.fabbisognitari.it consente di calcolare il fabbisogno standard del proprio Ente semplicemente inserendo la quantità di rifiuti stimata per l'anno di riferimento (in assenza del dato, è sempre rilevabile il dato consuntivo nel MUD redatto dal settore ambiente) e la forma di gestione (diretta, consorzio, etc)  per ottenere il dato del fabbisogni standard in linea alla nota di approfondimento IFEL e Linee Guida MEF del 08/02/2018.

Questo documento diverrà un allegato alla delibera di approvazione del Piano Finanziario, nella quale delibera si darà atto che:

  • Il comma 653, con cui si dispone che a decorrere dall’anno 2018, nella determinazione dei costi di cui al comma 654, il comune deve avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard;
  • Viste le “Linee guida interpretative per l’applicazione del comma 653, dell’art. 1, della Legge n. 147 del 2013” pubblicate in data 8 febbraio u.s. dal Ministero dell’Economia e delle Finanze;
  • Verificato che il valore medio di riferimento, calcolato a livello nazionale, per la gestione di una tonnellata di rifiuti è stimato pari a € 294,64;
  • Rilevato che utilizzando l’allegato 2 “modalità di calcolo delle risultanze dei fabbisogni standard” proposto dalle linee guida interpretative del Ministero dell’Economia il costo unitario del Comune per la gestione di una tonnellata di rifiuti è pari a_____________________ per un costo standard complessivo pari a € ________________________-; 
  • Evidenziato che il costo complessivo del PEF (al netto dei costi amministrativi dell'accertamento, della riscossione e del contenzioso - CARC) pari a €________________ è risultato (inferiore o superiore a seconda del calcolo) al costo standard complessivo di cui sopra; 

DETERMINA 


  • Di dare atto che il costo complessivo del PEF (al netto dei costi amministrativi dell'accertamento, della riscossione e del contenzioso - CARC) è pari a ______________________ rispetto al costo standard di ___________________, calcolato a livello nazionale con le linee guida del MEF 8/2/2018 in € _____________________.




Con la tanto attesa Legge di bilancio 2019 non vi è stato alcun cambiamento rispetto al 2018, dunque, per l'anno 2019 i comuni devono avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard nella determinazione dei costi relativi al servizio di smaltimento dei rifiuti.

Ciò comporta pertanto una notevole restrizione nei confronti dei comuni e in generale degli enti locali e fa si che questi siano sempre più orientati verso una visione di una tariffa puntuale dei rifiuti, la quale nella determinazione dei costi relativi al servizio dello smaltimento dei rifiuti non tenga in considerazione dei fabbisogni standard.

15 dicembre 2018

SALDO IMU - TASI 2018: MODALITA' DI VERIFICA

Considerata l’imminente scadenza del 17 dicembre per effettuare il saldo IMU e Tasi, approfittiamone per riepilogare l’intera disciplina. 

Innanzitutto rammentiamo che con il saldo il contribuente deve verificare l’importo dovuto per l’intero anno, la normativa prevede di pagare l’acconto sulla base dell’aliquota e delle detrazioni dei 12 mesi dell’anno precedente mentre il versamento della seconda rata deve essere effettuato, con eventuale conguaglio sulla prima rata, sulla base delle aliquote deliberate dal Comune. 

Dunque, in questa sede, (saldo) occorrerà verificare che nulla sia cambiato, e in particolare occorre verificare le aliquote comunali e le eventuali agevolazioni che il Comune può aver inserito nel proprio regolamento. A tal proposito le delibere comunali sono visionabili sul sito del dipartimento delle Finanze. 

Per tutti coloro che possiedono gli stessi immobili, nella generalità dei casi l’importo dovuto è identico a quello versato in acconto, e ciò a causa del blocco dei tributi comunali. 

Nonostante l’esenzione dell’abitazione principale colui che ha solo l’abitazione principale dovrà versare se possiede un doppio garage o una doppia cantina. La norma esenta solo una pertinenza per ogni categoria C/6, C/2 e C/7. 

Ovviamente poi l’importo dovuto per il 2018 dovrà tener conto delle variazioni in termini di possesso degli immobili, che si verifica per chi ha acquistato o venduto l’immobile nel corso dell’anno. La normativa precisa che l’imposta è dovuta proporzionalmente ai mesi dell’anno nei quali si è protratto il possesso, computando per intero il mese durante il quale il possesso si è protratto per almeno 15 giorni. 

Casistica frequente è quella dell’acquisto della prima casa che non viene subito destinata ad abitazione principale, ovvero nella quale non vi si prenda contestualmente all’acquisto la residenza. 
Al riguardo occorre precisare che se anche si è acquistata l’abitazione con i benefici previsti per la prima casa, ai fini Imu l’esenzione prevista per l’abitazione principale si applica solo con la residenza anagrafica e con la dimora abituale. Se, quindi, tra l’acquisto ed il cambio di residenza anagrafica sono passati diversi mesi, occorrerà corrispondere l’Imu come abitazione a disposizione per il periodo che va dalla data del rogito a quello del cambio di residenza anagrafica mentre da quest’ultima data l’immobile sarà esente da Imu e Tasi. Ciò ricordiamo perché, presupposto dell’esenzione per tale tributo è la residenza, dunque la condizione fiscale dell’acquisto come prima abitazione o “prima casa”, nulla incide ai fini tributari. 

Descritte le condizioni comuni per le modalità di versamento Imu ora è doveroso solo ribadire che il termine per il 2018 del saldo è il 17 dicembre. 

14 dicembre 2018

GOOGLE EARTH: LA MACCHINA DEL TEMPO DELL'ERA MODERNA CHE CRISTALLIZZA GLI ABUSI

Nella trattazione di una tesi difensiva o accusatoria dinanzi all'organo competente, le parti hanno la facoltà di supportare le proprie argomentazioni mediante mezzi di prova

La fase processuale con la quale i mezzi istruttori proposti dalle parti e ammessi dal giudice vengono acquisiti è denominata di assunzione dei mezzi di prova. 

Occorre precisare che non tutti i mezzi di prova proposti dalle parti trovano ammissione nel procedimento, ma il giudice accoglie con ordinanza solo quelli che risultano ammissibili e rilevanti.

L'assunzione dei mezzi di prova è riservata al giudice istruttore e ha ad oggetto, sostanzialmente, le prove costituende. Le prove costituite, infatti, entrano nel processo attraverso l'esibizione e la produzione. 

La giurisprudenza, dovendosi adeguare alle innovazioni tecnologiche e gli strumenti che l’informatica mette a disposizioni nella prassi quotidiana, ha ormai sposato l’orientamento per il quale oltre ai rituali mezzi di prova ammessi nei procedimenti possano fare il loro ingresso anche i fotogrammi di Google. 

Così, le foto di Google Earth vengono ammesse nel processo penale e amministrativo con un corollario di sentenze (penale 48178/2017; penale 49571/2018; penale 51034/2018; Consiglio di Stato 4467/2018; Tar RC 1604/2018; Tar Rm 9081/2018) che si susseguono tra cui un Consiglio di Stato del 2018. 

I fotogrammi scaricati dal sito internet Google Earth dunque sono mezzi di prova ammissibili in quanto rappresentano fatti, persone o cose pienamente utilizzabili ai sensi dell’art. 234, comma 1 e 189 c.p.p. 

Dunque è possibile direttamente dal web combattere gli abusi di qualunque genere, questo perché come espresso dalla Suprema Corte le immagini reperibili da un software (programma, nel caso di specie, distribuito da Google) che genera immagini virtuali del pianeta Terra utilizzando immagini satellitari ottenute dal telerilevamento terrestre, fotografie aeree e dati topografici memorizzati in una piattaforma GIS “rappresentano fatti, persone o cose”, pertanto costituiscono prove documentali pienamente utilizzabili. 

In particolare, nel nostro processo penale è consentita “l’acquisizione di scritti o di altri documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo” (art. 234, comma 1, cod. proc. pen.) e quando è richiesta una prova non disciplinata dalla legge (c.d. prova atipica), il giudice può assumerla se essa “risulta idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti e non pregiudica la libertà morale della persona” (art. 189, cod. proc. pen.). 

I fotogrammi in questione, pertanto, costituiscono prove documentali pienamente utilizzabili nonché una notevole banca dati di immagini in grado di cristallizzare lo stato dei luoghi relativamente all’intervallo temporale di cui si necessita. 

Appare quindi di spiccata importanza tale mezzo così per permettere non solo l’identificazione dello stato dei luoghi originario ma anche di avere la possibilità di tornare “indietro nel tempo” identificando gli ipotetici comportamenti perseguibili che non disponendo di tale strumento potrebbero perdersi nella totale mancanza di strumenti alternativi di prove. 

2 novembre 2018

PACE E' FATTA... ANCHE SOPRA AI MILLE EURO!!!


Sulla Gazzetta ufficiale n. 247 del 23 ottobre 2018 è stato pubblicato il decreto-legge 23 ottobre 2018 n. 119 recante “Disposizioni urgenti in materia fiscale e finanziaria”, il cosiddetto decreto della manina. Il decreto è in vigore dal giorno successivo alla pubblicazione e dovrà essere convertito in legge entro il 22 dicembre 2018. È diviso in 3 Capi e nel primo, relativo all’attuazione della “pace fiscale” sono contenute oltre a una sequela di semplificazioni anche le misure conseguenti a tale manovra, ovvero lo stralcio dei debiti fino a 1.000 euro affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2010.

Dunque, al 31 dicembre 2018 l’Agente della Riscossione cancella tutti i carichi iscritti a ruolo tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2010 (quindi a prescindere dalla successiva data di notifica della cartella). Vuol dire che chi ha arretrati fino a 1.000,00 euro per bollo auto, imposte locali sulla casa (la vecchia Ici, ad esempio, o l’imposta sui rifiuti), multe stradali, ma anche Irpef, imposta di registro, ecc. non dovrà più pagare nulla poiché il debito gli sarà condonato.

Il testo della norma però dopo l’attenta lettura chiarisce che non si parla di cancellazione delle cartelle di pagamento ma dei “carichi affidati agli agenti della riscossione” o, che dir si voglia, degli importi iscritti a ruolo. Così la conseguenza è che la cancellazione dei micro-crediti può colpire anche cartelle di importi ben più alti rispetto ai declamati mille euro dalla stampa nazionale.

Ovviamente la parte prevalente di questi crediti riguarda proprio i crediti dei Comuni, per Tarsu, Ici, contravvenzioni stradali e rette scolastiche. L'ammontare di tali crediti annullati dal Governo dovrebbe attestarsi sui 4 miliardi, importo questo che dovrà eliminarsi dai bilanci comunali.

Bisogna riesaminare l’intera procedura di riscossione partendo dal caro e vecchio “ruolo”. Difatti, nel momento in cui viene “iscritto a ruolo un credito” l’Esattore viene incaricato del recupero coattivo del credito indicato nel ruolo stesso. A tal fine l’Agente forma una cartella esattoriale e poi, se non ottiene l’adempimento spontaneo, passa alle procedure di pignoramento, di fermo o ipoteca. Ebbene, la sanatoria approvata dal Governo, nel prevedere il condono, non si riferisce alle cartelle ma ai precedenti ruoli. E poiché una cartella può racchiudere in sé anche più ruoli di differenti anni, si avrà che singolarmente presi questi sono importi da non pagare anche se il totale della cartella è superiore a mille euro. Inoltre, se il comune ha iscritto a ruolo contemporaneamente due accertamenti Ici da 900 e 1.500 euro, il primo sarà annullato, anche se il ruolo è lo stesso. 

Quanto detto perchè non succede di rado che un contribuente riceva un’unica cartella per differenti causali ossia per multe, Irpef, contributi previdenziali dovuti all’Irpef, bollo auto, ma, non perché l’importo della cartella supera mille euro egli deve pagare. Dunque dovrà versare solo gli importi che, singolarmente presi, superano mille euro. Ma se una cartella contiene tanti ruoli ciascuno inferiore a tale importo, anche se la cartella è di diverse migliaia di euro, non va pagata. Chiariamo però che contrariamente a quanto affermato su qualche fonte giornalistica è del tutto errato dichiarare che gli importi devono essere considerati singolarmente presi al netto di interessi e sanzioni, non soltanto perchè nella formazione stessa del ruolo sono presenti interessi e sanzioni ma perchè nella norma stessa è così disciplinato "I debiti di importo residuo, ... comprensivo di capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni, risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione..."

Ancora, l'articolo 4 fa riferimento ai debiti di importo residuo dei carichi, ciò implica che se il contribuente ha in corso una rateizzazione di un carico originario di tremila euro, ma le rate residue sono di 900 euro, anche queste saranno cancellate.

Passiamo ad esaminare un secondo aspetto della sanatoria, quello riguardante l’arco temporale di notificazione delle cartelle. Le cartelle di pagamento ricevute dai contribuenti nel 2011 o nel 2012, ma riferite a ruoli formati l’anno prima saranno rientranti nella sanatoria come è legittimo che sia perché si tratterà di debiti conseguiti e sorti dal 2000 al 2010, rientrando a pieno titolo nella pace fiscale. Questo avviene perché, una volta ricevuto il ruolo, l’Agenzia Entrate Riscossione si attiva con un paio di anni di Ritardo e notifica successivamente la cartella, ma proprio per questa eventualità la sanatoria copre anche tale cartella.

In fine per completezza di informazioni riportiamo l’art. 4 del DL 119/2018, articolo che disciplina appunto la sanatoria in commento: «1. I debiti di importo residuo, alla data di entrata in vigore del presente decreto, fino a mille euro, comprensivo di capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni, risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2010, ancorché’ riferiti alle cartelle per le quali è già intervenuta la richiesta di cui all’articolo 3, sono automaticamente annullati. L’annullamento è effettuato alla data del 31 dicembre 2018 per consentire il regolare svolgimento dei necessari adempimenti tecnici e contabili. Ai fini del  conseguente  discarico, senza  oneri  amministrativi  a   carico   dell’ente   creditore,   e dell’eliminazione dalle  relative  scritture  patrimoniali,  l’agente della riscossione trasmette  agli  enti  interessati  l’elenco  delle quote annullate su supporto magnetico, ovvero in via  telematica,  in conformità alle  specifiche  tecniche  di  cui  all’allegato  1  del decreto direttoriale del Ministero dell’economia e delle finanze  del 15 giugno 2015, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale  n.  142 del 22 giugno 2015. Si applicano le disposizioni di cui all’articolo 1, comma 529, della legge 24 dicembre 2012, n. 228».

In fine non possiamo non far menzione che nel decreto anche questa volta ci si dimentica nell'area riguardante la rottamazione delle ingiunzioni di pagamento, ma probabilmente come per le precedenti verrà prevista la possibilità per i comuni di rottamare anche le ingiunzioni di pagamento. 

24 ottobre 2018

L'INDAGINE DI MERCATO E IL MEPA


Il Consiglio di Stato con sentenza n. 5833/2018 imprime un concetto focale nella procedura concorsuale relative alle gare espletate sul mercato elettronico.

Partendo dal principio chiariamo che una stazione appaltante è tenuta a far ricorso ad una procedura elettronica tramite Mepa, successivamente potrà scegliere in base al prodotto da acquistare e alle varie caratteristiche dello stesso le modalità, in quanto la selezione deve essere sempre non discriminatoria.

Fondamento di tale piattaforma è la celerità e la semplificazione degli acquisti della Pubblica Amministrazione, in un’ottica di superamento di tutti i profili formali che caratterizzano le procedure tradizionali. Il Consiglio di Stato però nonostante il carattere proprio del mercato elettronico non ha approvato la mancanza dell’indagine di mercato nella procedura elettronica tramite richiesta di offerta sul Mepa effettuata da un comune del Leccese.

Partendo dall’analisi che l’indagine di mercato è disciplinata dall’articolo 36 del Dlgs 50/2016, il quale stabilisce che è la modalità per l’individuazione di operatori economici negli appalti sottosoglia, o per meglio dire, per affidamenti di importo pari o superiore a 40.000 euro. Anche le linee guida Anac n. 4, al punto 5 sostanziano l’intera procedura delle indagini di mercato, definendole ed elencandone le modalità di gestione.

Pertanto, nonostante la stazione appaltante debba ricorrere al Mepa, non viene esonerata dall’esperire un’indagine di mercato o almeno deve indicare i criteri utilizzati per la scelta degli operatori, questo è quanto dichiarato dal Consiglio di Stato. Questo perché in assenza di detti criteri non si configura alcuna garanzia di imparzialità della scelta, caratteristica che invece deve sempre essere rispettata dalla stazione appaltante. La stazione appaltante deve selezionare in modo non discriminatorio gli operatori da invitare sulla base dei criteri definiti nella determina a contrarre ovvero nell’atto equivalente.

Dunque se non risulta alcuna indagine e alcun criterio in alcun atto, la caratteristica della discrezionalità e dell’imparzialità sembra non essere stata rispettata e la formulazione appare generica.

In conclusione, il Consiglio di Stato non esonera la stazione appaltante alla luce del quadro normativo di riferimento, dall’obbligo di esperire un’indagine esplorativa per la formazione di un elenco di fornitori o, almeno, di predeterminare i criteri di selezione degli operatori economici, ai fini del rispetto dei principi stabiliti dall’articolo 30 del Dlgs 50/2016.

Ciò perché l’utilizzo del mercato elettronico non può essere una facile elusione dei principi di imparzialità, trasparenza e par condicio che sono alla base delle procedure di gara. Così e in tale ottica, l’avviso pubblico è preordinato a conoscere i potenziali fornitori interessati alla procedura di selezione per lo specifico affidamento e risponde, dunque, all’esigenza di garantire la massima partecipazione e concorrenzialità, in mancanza di tale apertura al pubblico, o in assenza di detti criteri per l’individuazione degli operatori economici, non vi è garanzia di imparzialità dell’azione amministrativa, dato che la stazione appaltante può discrezionalmente invitare alcuni soggetti piuttosto che altri.

In fine, nella determina a contrarre, o in altro documento equivalente, come espresso nella sentenza del Consiglio di Stato, si deve dare conto con asserzioni non generiche delle regole e delle azioni poste in essere per la selezione dei soggetti da invitare.

8 ottobre 2018

NOTIFICAZIONE A MEZZO UFFICIO POSTALE: LA RELATA?


La norma principale in materia di notificazione degli atti fiscali è costituita dall’art. del D.P.R. n. 600/73, dettata in materia di imposte dirette, secondo la quale la notificazione degli avvisi e degli altri atti che per legge devono essere notificati al contribuente è eseguita secondo le norme stabilite dagli articoli 137 e seguenti del codice di procedura civile, sono, in ogni caso, inapplicabili gli artt. 142, 143, 146, 150,151 c.p.c..

Con l’art. 7 quater, comma 6, del d.l. 22 ottobre 2016 n.193, convertito con modificazioni nella legge dicembre 2016 n.225, è stato aggiunto un ultimo comma il quale, a decorrere dal 1° luglio 2017, prevede e disciplina, in deroga all’art.149 bis c.p.c., la possibilità di notificazione degli avvisi e degli altri atti che, per legge, devono essere notificati, alle imprese individuali o in forma societaria ed ai professionisti iscritti in albi o elenchi istituiti con legge dello Stato, direttamente dagli Uffici a mezzo Posta Elettronica Certificata.

Le modalità con cui può avvenire la notifica possono essere:
  1. nelle mani proprie del contribuente;
  2. presso il suo domicilio fiscale;
  3. presso il domiciliatario eventualmente indicato;
  4. per mezzo del servizio postale;
  5. tramite i messi comunali;
  6. mediante i messi autorizzati dall’Ufficio.

E’ sempre possibile, non essendo stata esclusa dall’art. 60 succitato la notificazione a mezzo del servizio postale, ai sensi dell’art.149 c.p.c.: “Se non è fatto espresso divieto dalla legge, la notificazione può eseguirsi anche a mezzo del servizio postale. In tal caso l’ufficiale giudiziario scrive la relazione di notificazione sull’originale e sulla copia dell’atto, facendovi menzione dell’ufficio postale per mezzo del quale spedisce la copia del destinatario in piego raccomandato con avviso di ricevimento. Quest’ultimo è allegato all’originale. La notifica si perfeziona, per il soggetto notificante, al momento della consegna del plico all’Ufficiale giudiziario e, per il destinatario, dal momento in cui lo stesso ha legale conoscenza dell’atto”. La modalità della procedura di notifica è integrata dalla legge n. 890/1982 in materia di “Notificazioni di atti a mezzo posta e di comunicazioni a mezzo posta connesse con la notificazione di atti giudiziari”. Le disposizioni che ci interessano per rilevare le differenze tra la procedura di notificazione a mezzo posta ex art.149 c.p.c. e quella “diretta” a mezzo posta da parte degli Uffici finanziari, sono contenute negli artt. 7 e 8 della legge n. 890/1982.

Dunque se non è fatto espresso divieto dalla legge la notificazione può eseguirsi anche a mezzo postale. La normativa di riferimento in ambito tributario relativa alla notifica a mezzo posta è la seguente:

Art. 14 Legge n. 890 del 20/11/1982: “La notificazione degli avvisi e degli altri atti che per legge devono essere notificati al contribuente deve avvenire con l’impiego di plico sigillato e può eseguirsi a mezzo della posta direttamente dagli uffici finanziari, nonché, ove ciò risulti impossibile, a cura degli ufficiali giudiziari, dei messi comunali ovvero dei messi speciali autorizzati dall’Amministrazione finanziaria, secondo le modalità previste dalla presente legge. Sono fatti salvi i disposti di cui agli artt. 26, 45 e seguenti del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, e 60 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, nonché le altre modalità di notifica previste dalle norme relative alle singole leggi di imposta…”

In tal caso, l’agente notificatore scrive la relazione di notificazione sull’originale e sulla copia dell’atto, facendovi menzione dell’ufficio postale per mezzo del quale spedisce la copia al destinatario in piego raccomandato con avviso di ricevimento. Quest’ultimo è allegato all’originale. La procedura che il messo deve osservare per le notifiche a mezzo posta è contenuta nella L. 20.11.82 n.890. Accanto a tale procedura ordinaria, dall’art.14 e dall’art.26 succitati, si deduce la possibilità di notifica degli atti tributari anche attraverso una procedura semplificata diretta da parte degli Uffici finanziari.

In particolare, l’art. 14 della legge 20.11.1982 n. 890 rileva nella parte in cui prevede, al primo comma, che “La notificazione degli avvisi e degli altri atti che per legge devono essere notificati al contribuente deve avvenire con l’impiego di plico sigillato e puo’ eseguirsi a mezzo della posta direttamente dagli uffici finanziari, nonche’, ove cio’ risulti impossibile, a cura degli ufficiali giudiziari, dei messi comunali ovvero dei messi speciali autorizzati dall’Amministrazione finanziaria, secondo le modalita’ previste dalla presente legge…”
Quando l’ufficio finanziario dunque ricorre a tale facoltà di notificazione semplificata, alla spedizione dell’atto si applicano le norme riguardanti il servizio postale ordinario e non quelle della legge n. 890/82.

Tale principio risulta costantemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, che nella sentenza n. 9111 del 06.06.2012 ha affermato che “In tema di notificazioni a mezzo posta, la disciplina relativa alla raccomandata con avviso di ricevimento, mediante la quale può essere notificato l’avviso di liquidazione o di accertamento senza intermediazione dell’ufficiale giudiziario, è quella dettata dalle disposizioni concernenti il servizio postale ordinario per la consegna dei plichi raccomandati, in quanto le disposizioni di cui alla legge 20 novembre 1982, n. 890, attengono esclusivamente alla notifica eseguita dall’ufficiale giudiziario ex art. 140 cod. proc. civ. Ne consegue che, difettando apposite previsioni della disciplina postale, non deve essere redatta alcuna relata di notifica o annotazione specifica sull’avviso di ricevimento in ordine alla persona cui è stato consegnato il plico, e l’atto pervenuto all’indirizzo del destinatario deve ritenersi ritualmente consegnato a quest’ultimo, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 cod. civ., superabile solo se il medesimo dia prova di essersi trovato senza sua colpa nell’impossibilità di prenderne cognizione” (conforme Cass.: n. 17723 del 2006; n. 17598 del 2010, n. 20027 del 2011; n. 270 del 2012).

Tale principio è stato recentemente interamente ribadito dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 10245, del 26 aprile 2017 (in tal senso anche Cass. Sez. VI,n. 20506 del 29.08.2017) e ancora Cassazione – Ordinanza 16166 del 19/6/2018. La notifica degli avvisi di accertamento avvenuta direttamente per il tramite del servizio postale, a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento è anche espressamente prevista dall’art. 1, comma 161 della 1. 27 dicembre 2006, n. 296 con riferimento agli enti locali e la Corte ha più volte avuto modo di osservare che, laddove sia prevista detta forma di notificazione, trovano applicazione le norme del regolamento postale (nella fattispecie il d.m. 1 ottobre 2008) concernenti la consegna dei plichi raccomandati, di modo che non va redatta alcuna relata di notifica o annotazione specifica sull’avviso di ricevimento in ordine alla persona cui è stata consegnata il plico e l’atto pervenuto all’indirizzo del destinatario deve ritenersi ritualmente consegnato a quest’ultimo, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c., superabile solo se esso dia prova di essersi trovato senza sua colpa nell’impossibilità di prenderne cognizione.
 
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